giovedì 29 agosto 2019

Come stai?


No, non sto bene. 
Ho passato giorni vuoti, colmi di assenza. 
Mi sono aggirata per casa chiedendomi cosa fare, come se ogni gesto fosse qualcosa di inutile. 
Ho pregato. 
Da mio padre, al Signore, fino a un paio di Santi, di quelli un po' snobbati dai calendari e che non si ricordano, magari avendo meno lavoro arretrato, mi avrebbero prestato più attenzione.
No. Niente da fare.
Ho letto l'oroscopo. Anzi, gli oroscopi. Cercando quello che mi desse più speranza, più ottimismo, per quei dodici secondi in cui pensavo di potergli credere.
Ho comprato due bicchieri per whisky.
Lasciato scostato lo sgabello della penisola, in cucina. Così, l'immaginario ci si potesse sedere con più facilità.
Sono entrata in libreria, ho preso Il libro delle risposte dell'Angelo Custode. L'ho stretto tra le mani, ho visualizzato il suo viso, ho chiesto "tornerà?". Un respiro profondo e ho aperto una pagina a caso. 
"Alcune domande non hanno risposta".
Ecco.
Ho azzardato una visita in un sito di magia bianca. Riti per farlo tornare. Mi sono data della deficiente e ho chiuso. 
Devo avere il link salvato da qualche parte.

No, non sto bene.
Ho dormito. Tanto e male.
Dormire come via di fuga, come spegnere una testa che girava a vuoto sempre intorno allo stesso pensiero. Speranza a dir poco vana, dato che quando la veglia era ancora dormiente, mi ritrovavo aggrappata alle sue parole, come fossero le sue spalle, parole in cui avevo creduto e mi ostinavo a voler credere. 
In cui credo. 
Alla fine le ho dovuto prendere tutto: le sue cose, le maglie, le parole, i sogni, i progetti, le speranze. Tutte le storie, le promesse.
L'anello e la sua proposta.
Anche il dito si è opposto, non voleva lasciarlo andare. Intorno a me una virtuale stazione di Bologna è scomparsa nel fumo come in quei film di Humphrey  Bogart.
Ho chiuso tutto in quello che era il suo cassetto. 
Di tanto in tanto mi ci siedo davanti ma non lo apro. 
Temo possa uscire uno di quei pagliacci delle scatole di latta, col ghigno rosso spacciato per sorriso, a darmi della stupida per averci creduto con ogni fibra del mio essere; e gli occhi tristi di chi comprende che era impossibile non credere e cedere a quegli sguardi, a quei fiumi di parole che diventavano carezze. 

No, non sto bene. 
Sfoglio proverbi e saggezza popolare a proposito di porte chiuse e portoni aperti, l'imparare a lasciare andare, il continuare a sperare, la capacità di ricominciare, e altre consolazioni, magre. 
Almeno loro.
Spengo la radio quando Tiziano chiede, pur con molta educazione a dire la verità, scusa sai non ti vorrei mai disturbare, ma vuoi dirmi come questo può finire? Già come può?
Si può. È già fatto. 

No. Non sto bene.
Che poi lo sappiamo tutti che passerà, che il dolore è fisiologico, va affrontato che è l'unico modo di superarlo. Lo so.
Bisognerebbe scacciare le avversità come si fa con le mosche, diceva il buon Battiato e lui  è uno che ne sa. E ci sarà un giorno in cui avrò ancora voglia di ridere, lo so. E tornerò ad essere la cazzara di sempre, che non è mica la fine del mondo. 
No. 
Ma questa è la fine di quel Nostro Mondo. 
E per ora no, non sto bene. 

venerdì 2 agosto 2019

2 aprile - 2 agosto, quattro mesi.

Quattro mesi. 
In questo periodo ho quasi smentito Pavese quando diceva che non si ricordano i giorni, ma gli attimi. Se chiudo gli occhi rivedo il tamburellare di attimi che si sussegono con la stessa potenza dei fuori d'artificio del Redentore, uno dopo l'altro a comporre giorni intensi, unici, indimenticabili. 
L'emozione prima dell'uscita del libro, l'attesa interminabile, sul treno per Torino per la prima presentazione, quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
... 
Quattro mesi di emozioni così intense da non capacitarsene, da chiedersi se sia tutto vero, darsi un pizzicotto o farsi il solletico. Fermarsi di notte in silenzio ai piedi di una fontana, e se fosse un sogno vi preghiamo di non svegliarci. 
Quattro mesi. 
Ho così tanti ricordi dentro che potrei riempire l'album di fotografie con immagini di almeno un paio d'anni, ogni giorno una scoperta, meravigliarsi anche nei momenti in cui non era tutto così semplice. 
Ora sento il bisogno di fermarmi, prendere fiato e lasciare sedimentare tutte le luci che mi pervadono, le voci e i sorrisi, e gli abbracci e le partenze, gli arrivi, anche quelli mancati. 
Ho bisogno di ritrovare il mio silenzio e, soprattutto, rimettermi a scrivere. Ritrovarmi nella mia dimensione fatta delle note di Ezio Bosso alternate al ticchettio della tastiera. Ci sono i racconti per l'antologia, c'è soprattutto quello che chiamo ancora "il n. 2" da impostare e far nascere, o Cloe non scenderà più dal ripiano della cucina e continuerà a smangiucchiare tutti i miei marshmallow che tengo di scorta, per le serate buie. 
Dopo una notte quasi insonne, a causa del caldo e dei gatti irrequieti, posso dire che aspetto con ansia l'autunno e quell'energia di rinnovamento che mi porta ogni anno. Quella voglia di fare e ricominciare che ora, in questo momento di stasi e attesa, mi manca. Come mi mancano tante altre cose, che cose non sono. 
Insomma, mi prendo un pausa, aspettando che le Langhe si colorino fino a risplendere, così sarò pronta a fare scorta di altri attimi, e altri giorni di emozioni da inventare. 
Ma torno eh... 
Avoja che torno. 


 

martedì 9 luglio 2019

Sììììì viaggiare...

Una partenza programmata ma non ancora definita e una vacanza avvolta in una nebulosa. 
Mi aggiro per le stanze di Trivago scegliendo mete a caso a seconda dell'estro del momento e del saliscendi umorale.
È la prima volta che il mio umore ha picchi bassi più violenti e repentini del mio conto corrente.
Il che se vogliamo è pure più limitante, perché trovo una meta, studio la posizione, calcolo benefici e costi e poi mi dico "che accidempolina ci vado a fare?" e così chiudo il tutto e passo oltre. 

Progetto di spostare i mobili di casa, potrei forse tinteggiare, cambiare il copridivano dello studio e altre sciocchezze di questo tipo. 

Poi penso che potrei spiaggiarmi al mare come un'otaria, togliermi di dosso il pallore etereo e cambiare pelle, alle volte diventa necessario. 
Oppure inventarmi che la gamba tiene abbastanza per farmi camminate tra sentieri montani, ascoltare le cicale, che pure i grilli parlanti stanno in ferie, e considerare che un anticipo di fresco autunnale potrebbe farmi bene allo spirito e alle idee. 
Così, merito dei cookie, qualsivoglia sito io apra mi regala banner su last minute che vanno da Dubai a Cervinia, passando per una tappa strategica al brico-center dove, pare, ci sia un'offerta imperdibile sulla tinta termica antimuffa. 

E il bello è che se c'è qualcosa che mi destabilizza è la stasi. Quella zona grigia dove resti lì, tra color che sono sospesi, a cercare di capire da dove arrivi il vento e prendere una decisione di conseguenza. Manco fossi una velista. La sognavo una volta, la barca a vela, l'avrei chiamata Lord Byron. Mi sembrava un gran nome. Alla fine ho chiamato così il pc, ormai il V della dinastia.
Ad ogni modo qualcosa mi inventerò. Negli ultimi tre anni avevo programmato tutto nei dettagli, con mesi di anticipo, e le vacanze non sono state un granché... e se firmassi delega all'improvvisazione le cose andrebbero meglio?
Certo non intendo iscrivermi al prossimo tour del girone degli ignavi, piuttosto fidarmi di quella frase del Liga che dice "niente paura ci pensa la vita, m'han detto così".
E non sai, caro Luciano, quanto vorrei fosse vero.



giovedì 27 giugno 2019

Funambola

Qualche settimana fa sono uscita con Annamaria. Siamo andate in un paesino poco fuori Padova, un borgo medioevale che, in occasione di una festa, aveva aperto l'accesso al camminamento intorno alle mura. 
Nonostante fosse tutto in sicurezza, con scorrimano e barriere protettive, le mie vertigini si sono ribellate e, giunta quasi a metà del percorso, sono letteralmente crollata. 
Sudore freddo, nausa, fatica a respirare e le gambe che non mi reggevano. Un attacco di panico con tutti i crismi. Pensare di muovere un passo era fantascienza, e allora che si fa? Chiamare i Vigili del fuoco, in teoria, ma immaginatevi la scena mentre mi recuperano appesa, come una mongolfiera incagliata, alla smerlatura ghibellina di una cinta muraria. Volevo evitare...
Sono rimasta immobile, cercando di respirare, ripetendomi come un mantra "respira e reagisci" per un numero considerevole di volte, fino a quando con l'aiuto di Annamaria, sono riuscita ad arrivare alla torretta mezzana, dove presente un'uscita di sicurezza.
Poi mi parlano dei brividi del sabato sera.

In questi giorni mi capita spesso di ripetermi "respira e reagisci". Sarà che sono giorni per certi versi molto, molto complicati. Sarà perché le Ursule che, con la loro pesantezza come sabbie mobili e fanghiglia cercano di tirarmi giù, per un verso o per l'altro non mancano. Sarà...

Fatto sta che arrivo a sera e ci sono cose del mio sentire che non mi piacciono.
Si rischia di concentrarsi di più sulle frecce avvelenate che sulle mani tese, con il rischio che per combattere il veleno si diventa velenosi a propria volta, e non fa per me.
Fortunatamente ho amiche cariche di pazienza che quando mi vedono in difficoltà, vicine o distanti che siano, fanno come Annamaria quel sabato sera: aspettano che il respiro ritorni accettabile e poi "aggrappati a me, non guardare in basso, ti porto giù io".
Sono una persona fortunata.
Quindi ho deciso di riprendermi la leggerezza.
La mia, la solita.
Quella che resiste ai colpi esterni non perché ricorre al veleno ma perché ha gli anticorpi.
Ho deciso di godermi il bello dell'estate, che non è sicuramente questo caldo soffocante, ma la voglia di colore, le risate, le canzoni easy, i biglietti del treno, gli abbracci quelli stretti, e l'annegamento delle false paturnie in qualche vasca di mojito ben fatto.

Insomma, come direbbe il maestro Camilleri, ho deciso di afforntare la pesantezza, la cattiveria gratuita e altre pinzillacchere catafottendomene allegramente.

Oh là!





giovedì 20 giugno 2019

Il Lottatore - Guido Nasi

Quando ero piccola e tornavo al paesello di mamma, sua zia "Cìa" mi raccontava storie di bambini morti perché si dimenticavano di respirare. Io tornavo a casa terrorizzata, ripetevo mentalmente ad occhi sbarrati "devo respirare, devo respirare...". 
Fortunatamente qualcuno mi fece riflettere e mi passò. 
Diversi anni dopo, un sabato sera decisi di guardare un film horror. Era estate, ero a casa da sola, ma per farmi coraggio mi infilai la giacca di jeans di mio fratello e tenni la luce accesa accanto alla poltrona. 
Il protagonista del film veniva sepolto vivo. O meglio, lui credeva di essere sepolto, data la cassa di legno che lo avvolgeva, e il buio interrotto a fasi alterne da una piccola torcia che poteva accendere o spegnere, e il silenzio. In realtà questa sorta di bara era al centro del salone di una casa, ma lui non poteva saperlo. Quella notte andai a dormire pensando che ben poche cose siano più terribili dell'essere sepolto vivo. 
Questo libro mi ha smentita. 

Non è una lettura facile. Ma questo lo si evince leggendo la sinossi. Non è un libro facile perché ti sbatte un'altra volta in faccia, se mai ne avessimo bisogno, che la vita non è meritocratica. Che probabilmente il concetto di giustizia è sopravvalutato. Che spesso incazzarsi con il destino ha la stessa utilità di provare a fermare un treno con la sola forza del pensiero.
Guido, a 17 anni, subisce un'aggressione che gli stronca, letteralmente, la vita. Immaginate il vostro periodo più buio, ed è ancora nulla, rispetto a cosa deve aver provato al suo risveglio, quando poteva vedere e sentire le parole intorno a lui, e per il mondo circostante era ancora in coma. 
Guido e i suoi pensieri ti entrano sotto pelle, e nemmeno te ne accorgi, perché all'inizio quando parla della sua infanzia, è così schietto e sincero da non risultare nemmeno simpatico.
Non è certo uno di quei bambini simil pubblicità che ti conquistano con uno sguardo. Ti dà la stessa sensazione di essere uno di quei "marmocchi" esagitati capaci di urtare le vene più profonde delle nevrosi.
E questa è una delle cose che ti colpisce. Perché non gliene frega nulla di apparire "migliore" o diverso. Ha l'aspra schiettezza di chi delle apparenze non sa che farsene. Entra sotto pelle e graffia.
Ma nonostante la situazione che vive, lui direbbe che "muore" ma di fatto vive, in nessun capitolo si trova mai un accenno di quella vena melodrammatica che potrebbe far scaturire sentimenti tipo il compatimento, o la pietà. Rabbia, amore, energia, incazzatura quella forte. Il desiderio di morte, come liberazione.
Ma poi ancora l'ironia.
O per lo meno io l'ho sentita presente nei suoi consigli in pillole.
Alla fine di ogni capitolo dà un suggerimento su come affrontare o risolvere un problema pratico per chi assiste un paziente in coma o con gravi lesioni celebrali, e lo fa con lo stesso tono quasi di leggerezza di alcuni manuali pratici del fai da te.
Guido ti spezza.
Prende la tua realtà con tutti i problemi e li rende piccoli. Sposta il baricentro dell'ego fuori dal lettore e nello stesso tempo ben distante da se stesso. 
E se lo scopo di un libro è di trasportare il lettore in un'altra dimensione, regalargli una realtà diversa e stravolta dal quotidiano, ci sono ben pochi libri che possano eguagliare la potenza di queste pagine.


venerdì 24 maggio 2019

Pensieri in sghimbescio...

Ho bisogno di una finestra. Che io sia a casa, alla scrivania a scrivere o sul divano a leggere. Che sia al lavoro e quindi concentrata in cose più importanti, ho bisogno di sapere di poter alzare gli occhi e guardare oltre i vetri. Lo facevo anche a scuola, quando lasciavo la mia mente evadere oltre i vetri e imbrattavo quelle che, all'epoca, non erano pagine virtuali ma quelle del mio diario. 
Dalla finestra dell'ufficio vedo un campo, un po' di tempo fa ha ospitato le pecore in transumanza. E poco più in là degli alberi. Le cime oggi sono smosse dal vento, nemmeno troppo forte, in compenso in lontananza si sentono dei tuoni e incombe il temporale. 
Non mi hanno mai spaventata tuoni e fulmini. Ho sempre trovato affascinante l'energia che sprigiona un cielo incazzato con l'asfalto. Se poi mi trovavo al mare mi sentivo in una posizione privilegiata, perché potevo godere, dalla prima fila, della sfida tra nubi e onde. 
Solo una volta il temporale mi ha spaventata a morte. Ero in Croazia, il brutto tempo ci ha colto lontani da un porto e la barca su cui ero a stento reggeva i colpi e i vuoti di un mare imbizzarrito. Ho temuto per la mia vita, per quella dei miei gatti e per il timore di non essere in grado di proteggere chi amavo. Dopo un tempo che a me è parso infinito abbiamo trovato una baia e lì, insieme a molte altre imbarcazioni, ci siamo messi in rada ad aspettare che Zeus scatenato ritrovasse la ragione. 
La mattina dopo il sole era tornato a farla da padrone, sì certo, c'era ancora un po' di onda lunga, ma il peggio era passato. La barca, più solida di quanto mi aspettassi, aveva retto a tutte le sollecitazioni, al vento e anche alla mia titubanza. Rientrati in porto ci raccontarono che erano diverse le barche affondate il giorno prima. I pescatori però lo mettono in conto, fa parte del mestiere. Ogni volta che il cielo diventa nero non puoi sapere se sarà quello il temporale che ti farà affondare, ma non per questo smettono di uscire in mare. 
Oggi, quando sono arrivata in ufficio tuonava. Ho spostato la tenda per guardare fuori, e il cielo nero imprecava tempesta. Mi sono fermata ad ascoltare le sue minacce aspettadomi il peggio, poi il vento e cambiato e con la stessa forza con cui s'era fatto buio, è tornato a farsi vedere il sole. Non troppo splendente, provato dal continuo combattere con le perturbazioni ostili, appena tiepido. 
Ma pur sempre il sole. 
Ne ho visti tanti di temporali, ma si estingono sempre nello stesso modo.
Alla fine vince il sole. 

mercoledì 22 maggio 2019

... si spegne anche l'insegna di quell'ultimo caffè

Richiudi la porta alle spalle. La musica è ormai spenta, ma le orecchie fischiano ancora, vuoi per le note troppo alte, il vociare e le risate. Hai ancora un sorriso impigliato all'orecchino, uno sguardo appoggiato lì, vicino al tappo del prosecco: la festa è finita e tutti gli inviati stanno raggiungendo le loro auto.
Che poi, non è proprio così. Ma la sensazione è quella. Dopo un mese di biglietti del treno, di mani da stringere, di abbracci e di emozioni così forti da togliere il fiato, guardo il calendario e per ora, il prossimo fine settimana non è cerchiato. L'ultima valigia è ancora da disfare da domenica sera, ogni tanto Leo ci si infila dentro e si fa trovare perché dimentica la coda fuori.
C'è stata la prima presentazione, quella con il fiato corto, con le amiche che mi guardano di sbieco e cercano di capire se dietro il colorito bluastro che mi portavo addosso ci fosse ansia,  mancanza di ossigeno, la tachicardia o un uso improprio del fard.
C'è stata Mari che ha fatto capolino, non me l'aspettavo e sono scoppiata a piangere come una deficiente.
Ci sono stati i regalini, i regaloni, c'è stato il mio guardare smarrito Annamaria e i due life-motive del w.e: "dove ho messo La Penna?" io, "mangia!" lei.
C'è stata la presentazione ufficiale nella mia città, con la Famiglia, gli amici e i fiori e gli abbracci commossi e stupiti. C'è stato il Salone, che basta nominarlo così, senza specificare. Che tanto si sa che è il Salone Internazionale del Libro. Cos'altro potrebbe essere? È un po' come dire "il Santo" a Padova, o l'Avvocato a Torino. E per noi che si scrive, quando entri da autore quella colonna di libri fa tutto un altro effetto. Una stampa di un lupo, quella di un micio, un sacchettino di lavanda, due orecchini brillanti e Patrizia seduta accanto a me, a farmi annodare la gola, di nuovo.
C'è stato il "Tour del Gatto" che si chiude a Padova, per festeggiare la terza, inattesa ristampa. Il mio compleanno lontano da casa, la Capitale che a tornarci è sempre un'emozione. 
Insomma, se non fosse per la casa che in mia assenza o presenza rateale appare ordinata come una stanza di liceali, il frigorifero che non vede una spesa decente da un mese, non sembrerebbe nemmeno la mia vita.

Oggi la musica non è proprio spenta ma viaggia su un volume più basso. Guardo a sabato con lo spirito della massaia e non dell'autrice itinerante, anche se la primavera e il sole tardano ad arrivare ho voglia di fare ordine tra le stanze e soprattutto fare spazio. E sorrido.
Sento quel leggero friccico creativo che nulla ha a che fare con la scrittura, ma mi fa venire voglia di spostare i mobili, cambiare le prospettive, rivedere gli spazi buttando l'inutile per fare spazio al nuovo e fondamentale.
Ho voglia di invertire l'ordine dei fattori, e scoprire che il risultato cambia, eccome. 
Che le regole sono un po' come i libri lasciati lì, alle volte basta soffiargli via la polvere e cambiano luce, si rianimano nei colori.
Anche le persone sono così.
Ho voglia di riprendere fiato e fare la lista delle cose da prendere all'Ikea insieme a Chiara, perché qualsiasi cosa tu viva o senta, se non spettegoli adeguatamente con l'Amica, resta sospesa tra il sogno e la fantasia.
E invece, mai come in questo periodo, i miei giorni siano carichi di consapevolezza.

mercoledì 17 aprile 2019

Boom!

Mi sento come se dovessi smaltire undici ore di fuso orario. 
Ci sono stati momenti in cui avrei voluto fermarmi, fare il vuoto intorno e ritrovare il mio centro, in una manciata di silenzio, ma non è stato possibile.
Da quando ho preso il treno da Padova per Torino, venerdì, a quando sono rientrata a casa domenica sera è stata una corsa e una rincorsa tra emozioni, immagini e abbracci che nemmeno nelle mie fantasie più accese avrei pensato.  
Venerdì la prima presentazione della mia vita. Ero abbastanza tranquilla fintantoché non ho visto la locandina dell'evento attaccata alla vetrina della libreria Belgravia. Ho iniziato a tremare come una foglia. Per fortuna mi aspettavano gli amici di sempre, quelli che io sento come "casa" ogni volta che attraverso la pianura. Ho ritrovato anche chi avevo dato per persa, scoppiando in lacrime davvero come una "bimbetta". 
Non è stato solo un modo per mettersi lì a parlare di un progetto che finalmente aveva preso forma. È stato un sentirsi accogliere e abbracciare e tenere stretta con così tanto affetto che nemmeno mi immaginavo. 
Sabato con Alice Basso è stata un'emozione unica. "Una chiacchierata tra amiche" l'ha definita chi era lì ad ascoltarci e a ridere con noi. Che poi lei sia meravigliosa è un fatto noto, non ha certo bisogno di presentazioni. 
Domenica a Modena è stato faticoso, non stavo bene ma anche quella giornata è scivolata via fin troppo veloce per le cose che avrei voluto ancora vivere.
Ho nel cuore i regali impensabili, i pensieri, le tenerezze e i sorrisi. Il cuore che batteva all'impazzata al ritmo di Johnny B. Goode.
Abbracci stretti, improvvisi, inattesi. Foto che non ho ancora avuto il tempo di guardare, messaggi rimasti sospesi e già la voglia di ripartire di nuovo. Ma non manca molto. C'è la premiazione del concorso letterario, c'è il Salone del Libro alle porte.
Per la prima volta ho preso un treno a Porta Susa che mi portava via da Torino, e non ho sentito quel dolore lancinante di ogni distacco.
La mossa del gatto finalmente esiste e sta iniziando la sua avventura al di là delle mie mani. 
E mi viene quasi da sussurrarlo per la paura che svanisca, ho la sensazione di aver trovato anch'io una mia collocazione nel mondo. 

ps. nella foto il mio libro è accanto a quello di Patrizia Durante, la recensione è linkabile in questo blog. leggetelo, non vi pentirete. lei è la mia maestra e questa è una di quelle foto che mi annoda la gola ogni volta che la guardo. 


venerdì 29 marzo 2019

Famiglia

La mia famiglia, negli ultimi 33 anni, non è certo quel che si dice "tradizionale". È composta da mia madre, mio fratello, io e lo spirito di papà. Certo, non è come in quei film che si vedono spesso sotto Natale facendomi venire pure un filo di gastrite, dove il genitore venuto a mancare si palesa e risolve tutti quei nodi lasciati in sospeso a causa della sua dipartita. È più una presenza costante che avverti nei valori, nella costante idea di fare ciò che è giusto, non più facile, giusto. Nell'educazione e nel rispetto del prossimo. Nell'immaginare la sua espressione sconsolata ogni volta che ne combino una delle mie, o di rassegnazione quando inizio a disegnare l'ennesimo tatuaggio. 
Famiglia per me è mia cognata, e i miei nipotoni. Perché quanto ti si sposa il fratellone acquisisci una sorella, e poi non avendo figli miei, bontà loro, i miei nipoti si dovranno accollare il peso della zia tatuata e scassamaroni quando avrò bisogno del bicchiere per la dentiera. 
Famiglia sono le due gatte che ho accompagnato da quando mi stavano in una mano fino al ponte. I miei bimbi sono i tre teppisti che da un anno e mezzo rendono la mia vita casalinga un delirio di disastri e coccole, ma hanno quel modo di guardarmi come se fossi la mamma più bella del mondo. Anche quando mi sveglio al mattino più arruffata e stropicciata che mai, o ritorno a casa divelta con nessuna voglia di parlare, e vedo nel divano il mio solo consolatore. 
L'Ing. è la mia famiglia. Lui che da 8 anni mi sopporta e supporta, il solo capace di farmi parlare senza abbaiare prima del caffelatte. Ci sentiamo una media di tre volte al giorno e abbiamo sempre qualcosa da raccontarci, fosse anche una scemata. Non ricordo però una decisione importante che non sia stata discussa con lui. Il titolo del libro, per dirne una, la più ludica. 
Famiglia per me sono i pezzi di cuore che ho disseminati in distanze variabili. 
L'amico che sta dall'altra parte del mondo, a cui spedire il té all'arancia e cannella nei tempi più freddi. Le amiche che mi riempiono cuore e telefono. Chi mi consola, chi mi trascina a forza fuori di casa, chi mi striglia quando ne ho bisogno, chi corregge i miei refusi e mi incita a non mollare; chi ho ritrovato da poco e ha una vita sfuggente, e l'amico che sta lottando con un drago gigante e, seppur ferito, non ha il tempo di sanguinare ma non cede di un passo. 
Perché per me famiglia significa abbraccio, sostegno, strilli che anticipano solo la pace. Famiglia è chi gioisce per te e i tuoi traguardi, chi non smette di incoraggiarti, chi ti dice "non sono d'accordo ma se ci credi veramente allora hai il mio sostegno". Famiglia è chi non ti lascia solo anche quando sei tu a chiederlo, è accettare il paletto che ti viene posto, è chi se ne frega delle definizioni imposte, dei chilometri di distanza, dell'orario più giusto per telefonare, dei precocetti, delle impalcature che reggono le apparenze e presunte tradizioni. 
Famiglia è chi è capace di stringersi anche senza toccarsi.

mercoledì 13 marzo 2019

Dovrei imparare...

Dovrei imparare a fare ordine. 
Togliere il superfluo, o il presunto tale, e decidermi a lasciare spazio anche al vuoto. Perché evidentemente vuoto ha da restare.
Dovrei imparare a catalogare, piegare bene, trovare i giusti cassetti, le giuste gradazioni di colore e forma perché al primo colpo d'occhio l'essenza sia armonica.
Dovrei imparare ad essere metodica, a togliere la polvere, che si sa, quando si deposita lo fa uniformemente e nasconde le linee di confine tra un mobile e l'altro.  E non va bene. 
Dovrei imparare la filosofia che ogni cosa ha il suo posto e c'è un posto specifico per ogni cosa. Che è buona cosa restare seduti composti, la schiena andrebbe dritta e ci si muove con calma e gesti aggraziati.  
A correre si suda, a saltare ci si fa male, a spogliarsi si resta al freddo. 
Che i baci sono umidi, che gli abbracci sgualciscono e disarmano, i sogni invadono. 
E non va bene. 
Dovrei imparare i tempi del silenzio, della riflessione, delle parole calibrate e delle mezze misure, il famoso: "vedo non vedo, mistero austero".  E tralascio in toto il capitolo sulle parolacce, va.
Dovrei imparare a comportarmi bene, come si confà e si addice ad una signora.
Lo so che dovrei, che sarebbe saggio e pure pragmatico. Che finalmente smetterei di cercare le cose che non trovo,  distrarmi un poco, investire tutto, credere e disilludermi, sudare e raffreddarmi, cadere e ricucirmi, ridere e piangere a ripetizione, che non è vero che piangere fa gli occhi belli, a me si gonfiano le palpebre come quelle delle rane, e non è un bel vedere.
E lo so che ordine e rassegnazione non fanno nemmeno rima, ma proprio ora, mentre guardo fuori dalla finestra e mi accorgo che piove e non è rimasto nulla del cielo terso e limpido a cui sorridevo ieri, mai come ora quelle due parole le sento troppo vicine.
E non mi piace per nulla...  

martedì 5 marzo 2019

Avanti marsch!

Quei giorni che quando passano ti lasciano disorientata. 
Ti basta un solo messaggio alle volte: "è arrivata una raccomandata, c'è da spostare papà", a farti perdere l'equilibrio e cedere le ginocchia. 
Un messaggio nemmeno tanto scioccante, si sa che funziona così: a trent'anni dalla morte si estrae il feretro dal loculo, si controllano i resti e si trasloca nell'ossario.
È la prassi. 
Però basta quel "c'è da spostare" per evocare tutte le immagini correlate al momento in cui quel feretro ha trovato posto la prima volta. 
Sono scoppiata a piangere come una deficiente. 
Tre minuti, perché poi coordino il respiro, rimetto le briglie a dolore e immagini, le ricaccio giù da qualche parte nello stomaco e reagisco. Ci sono documenti da presentare, uffici da chiamare. Il giorno dopo avevo già risolto la questione. Tutto sotto controllo, perfetta sindrome da segretaria: alta capacità organizzativa e problem solving sono parte integrante del curriculum vitae.
"Per fortuna che ste cose capitano a te che sei forte". E non sai se prenderlo per un complimento o disseminare testate. Come se la forza ti arrivasse così, tipo colombella dello Spirito Santo che si puggia in testa e fa il nido tra i capelli. 
Non so voi ma la forza di reagire me la sfilo dai polsi a forza.
Sono più le volte in cui vorrei ci fossero due braccia a stringermi mentre una voce fuori campo mi dice "tranquilla, ora risolviamo tutto", anziché guardarmi allo specchio e dirmi "tranquilla, risolvi tutto pure 'sta volta".
Ma va da sé che funziona così, ci si adegua e si va avanti. 
Guardo a questi giorni di sole latitante ma carichi di speranze e aspettative. C'è la mia novità in arrivo, conto i giorni che mi sembrano sempre troppi e che so già inizieranno a scorrere con una velocità tale da farmi chiedere se siano esistiti davvero o li abbia sognati.
Sfioro i biglietti dei treni già prenotati, le date fissate, gli orari da rispettare e la sento quella punta d'ansia che torna a bussare: "Giancarlo, ma tu credi sia all'altezza di fare sta cosa?" 
"Be' nel caso ti mettiamo in piedi sullo sgabello" risponde con la calma di un Santo il mio editore.  
"Smettila e non dire cazzate" mi risponde Simona. E lei che è ruvida quanto me, ed è per questo che andiamo tanto d'accordo, mi rassena più dei fiori di Bach. 
Mi ripeto che se così tante persone stanno investendo tempo ed energie evidentemente un buon motivo per farlo l'hanno visto.
Ho quasi la sensazione di vederlo anch'io e di iniziare a crederci davvero.
Che se gestisco al meglio quella che è la ferita più grande che la vita mi abbia inflitto, non vedo perché dovrei fare casini nel momento in cui porto in giro quello che, forse, so fare bene e con più passione. E che ad oggi è la cosa che mi regala più gioia.
Forse ha ragione Paola, si tratta di trovare la giusta corazza e marciare senza paura. 
E io di corazze me ne intendo, magari in armadio ne trovo una che mi stia bene con i tacchi.

giovedì 21 febbraio 2019

Sì, viaggiare...

Febbraio è il mese in cui inizio a pensare alla via di fuga. Il sole che, seppur a fatica, incide la nebbia mi fa sentire la primavera che si avvicina e la mia tolleranza verso gli ambienti chiusi raggiunge i livelli minimi.
Se da un lato la disciplina batte la ribellione che l'affitto devo pagarlo e pure gli inesauribili chili di lettiera, la testa ha bisogno di poter evadere oltre i confini della scrivania. 
Guardo oltre la finestra, come a scuola. Mi perdo tra i pensieri e i desideri inespressi restano annodati ai ricci in attesa di una presa di coscienza. 
Temo l'aereo. 
Tutte le volte che mi sono ritrovata con la testa tra le nuvole, la sensazione di leggerezza è durata sempre troppo poco, e gli atterraggi sono stati ruvidi. Lo ammetto: mi è rimasta la paura di volare.
Sono abituata al treno, con il suo ritmo costante e i percorsi tracciati, ma non sempre quelli che vorrei. Spesso sono sbagliati i tempi, si confondono i binari. Saltano le coincidenze e finisco con il restare spaesata con il naso all'insù, a scrutare il tabellone e la voglia di tornare a casa.
Mi diverto con la mia auto, Minnie.
Con lei parto senza orario. Alle volte senza meta. Guido con la radio a farmi compagnia, e lo scintillio del mare oltre il parabrezza. Ci siamo persino arrampicate in una mulattiera viestiana, non senza paura certo, ma determinate ad arrivare dall'altra parte della collina senza perdere la frizione per strada. Con lei mi accosto quando mi arriva un messaggio inatteso. Resto parcheggiata finché la canzone non finisce, che certe canzoni non puoi tagliarle a metà. Ho lasciato lacrime sul volante e riempito il bagagliaio di risate. 
Con lei potrei partire anche domani. 
Sì, ma per dove?
Una di quelle mete da sogno, ambite e luminose quanto distanti e difficili da raggiungere.
Un paesaggio inusuale e silenzioso, di quelli che sembrano lì ad attenderti da sempre, dall'altro capo di un filo fragile e sottile.
Ho voglia di ricominciare a respirare, ho voglia di leggerezza, di mani, di baci sulla fronte, di brividi, di ridere, di biscotti, di musica, di candele e di luce, di finestre aperte e di sole, di abbracci stretti, di vino fresco e di pesce, di foto, di istanti, di sguardi che capiscono, di confidenze e fiducia, di un paio di cuffie, di sentirmi al sicuro, di infradito e colori, di intrecci di gambe di baci e silenzi, di sentieri tra le colline, del fruscio delle foglie e l'acqua fredda di un ruscello, di sassi da far rimbalzare, di racconti sussurrati di notte, che il buio fa intimità. 
Ho voglia di uscire allo scoperto. 

venerdì 25 gennaio 2019

Bolle di sapone

Mi hai lasciata orfana di pensieri e carezze. 
Quelle che ho sognato di farti e non ti ho mai fatto.
Quelle che si svegliavano con me la mattina, e ancora ti cercavano tra le lenzuola tiepide con l'idea tu fossi lì. 
E non perché tu ti fossi addormentato con me, ma perché io mi addormentavo avvolta nell'idea di te come in un abbraccio. 
Ho inventato il profumo del tuo petto, il calore della tua spalla, il pungere della tua barba contro la mia fronte. Ho disegnato tra i miei pensieri la tua gamba che, mentre ti giravi nel sonno si infilava tra le mie, e le cicatrici, quelle di cui non parli mai.
Soprattutto quelle di cui non parli mai. 
Ho colorato le tue labbra mentre cercavano le mie, donato la consistenza e peso al tuo corpo mentre si muoveva sul mio. 
Ho preparato colazioni inesistenti, conversazioni surreali, tolto dal cuscino l'impronta di un sogno irrealizzato. 
Ho inventato menù a base di cous-cous di pesce che non ho mai servito, letto ricette di torte senza cioccolato e spento fornelli mai accesi. 
Ho messo da parte risate non spese, solletico inespresso e massaggi decontratturanti ben oliati e, oggi, del tutto inutili. 
E mi stupisce questa cosa che, per essere il fantasma di un'assenza, tu sia così dannatamente ingombrante nel mio respiro. 


Come stai?

No, non sto bene.  Ho passato giorni vuoti, colmi di assenza.  Mi sono aggirata per casa chiedendomi cosa fare, come se ogni gesto fos...