giovedì 4 ottobre 2018

Vittoria - Barbara Fiorio

Doverosa premessa: questa non è una recensione, non nel senso più tecnico della definizione. Per un motivo molto semplice: non sono un critico letterario. Sono solo una persona che legge, non quanto vorrebbe, a cui piace discorrere di libri, sopratutto quelli che le sono piaciuti. Se leggo libri che non mi conquistano glisso, per due motivi altrettanto semplici: la bellezza sta negli occhi di chi legge. Banale forse, ma tant'è. Non detengo certo la verità universale. Inoltre,  un libro porta con sé una storia sotterranea di energie investite, tempo rubato alla famiglia, agli hobby o al cazzeggio. Quindi merita rispetto, a prescindere. 

Quello che vi apprestate a leggere sono impressioni, sensazioni, che il libro mi suscita. Per le recensioni più tecniche vi rimando agli esperti del ramo.
 
Ogni libro racchiude una storia, e ne nasconde altre... Quella di chi l'ha scritto: perché dietro ogni parola, negli spazi dopo il punto e a capo, ci sono le ore passate a scrivere, a pensare a cosa scrivere, ad ascoltare musica le cui note restano aggrappate agli apostrofi...  Quella di chi l'ha letto in anteprima, chi l'ha visto nascere un po' come capita con i bambini, fin dalla prima bozza di concepimento. E quella di chi l'ha acquistato. 
Nella mia copia è racchiuso un biglietto del treno, regalo di compleanno di chi crede in me quasi più di me, un progetto vivo da mesi, chilometri di pianura attraversati con l'idea di non vedere l'ora di arrivare; l'abbraccio inaspettato di una coraggiosa libraia indipendente e una sedia tenuta libera appositamente per me.
E poi Barbara, e poi Alice, e Paola e il tempo che come sempre vola troppo velocemente per i miei gusti. Ma è sempre così...
Io e Vittoria facciamo amicizia sul treno che mi strappa da Torino. Io triste, lei spezzata dall'addio di Federico. 
Federico che se ne va dopo tre anni di vita condivisa senza un perché. Ci fosse almeno una motivazione chiara, una da lì ripartirebbe. Spezzerebbe il capello in sedici parti, cosa che noi donne siamo abilissime a fare, ma almeno si aggrapperebbe ad un motivo e invece no. Sto tizio se ne va un po' come dire "mi dispiace devo andare il mio posto è... boh, altrove". 
Identificarmi con il dolore di Vittoria è stato un attimo. 
Perché, in fondo sono un po' così. Giustifico anche l'ingiustificabile. Eh, ma poverino lui soffre. Tu sei sotto un treno, con la canna del gas aperta in faccia, un piede nella vasca da bagno con il phon in bilico... e niente, è lui che soffre. Va capito, compreso... ci si preoccupa anche che stia bene...
Poi magari, lì in fondo alla pancia, lo sentivo che era pure stronzo, quell'uomo perfetto che amavo. Però niente, pur di non sentire quel dolore lacerante e incomprensibile, e sarebbe stato pure peggio...

Per Vittoria dolore è tale, lo scombussolamento così forte che anche il lavoro di fotografa va male.
Vive una di quelle congiuzioni astrali che fanno tremare i polsi pure a Paolo Fox, e allora qualcosa ha da inventarsi, almeno per sfamare Sugo, il gatto. 
Senza uomo, senza lavoro, senza più un contatto con sé stessa e l'idea di non saper che fare della sua vita. Per fortuna ci sono gli Amici, quelli che prevedendo l'imprevedibile le avevano preparato una tela di sostegno che avrebbe attutito la caduta nel baratro.
Quelli che la nutrono, e non solo perché sta diventando troppo magra. Quelli che non si stancano del suo dolore, non giudicano, ma fanno cerchio intorno a proteggerla. Quelli che la spingono verso la strada di un lavoro, per così dire, alternativo: la cartomante, perché i cambiamenti e le nuove idee spesso si nascondono nei gesti più strani, come un'amica che le regala i tarocchi. Ed è stata la svolta. 

Ho risalito la china con lei. Mi sono ritrovata nella sua voglia di piangere, di far volare i piatti. Nella labile gioia nostalgica di un'ora passata su whatsapp a fare l'analisi logica dei sentimenti di chi stava dall'altra parte, cercando il barlume di un qualcosa che era stato, ma che alla fine non era più. 
Nella sua voglia di stare meglio, perché Vittoria non vuole crogiolarsi nel dolore, non si autocompatisce. Vuole stare bene, anche se ci sono momenti in cui non sa come fare, e allora procede per tentativi.
Mi sono rispecchiata nei racconti dei suoi clienti, nelle speranze che si cercano nei tarocchi o nell'oroscopo, perché ogni tanto ci piglia quella voglia di guardare oltre. Abbiamo bisogno di sentirci dire che cambierà, andrà meglio.
E mentre leggevo mi dicevo "ecco, è proprio così...". 
Ma, soprattutto, mi sono alzata in piedi con un applauso quando ho letto quello che ho interpretato come l'ultimo messaggio di Vittoria, che sa tanto di rinascita e nuova consapevolezza: "Usi troppi condizionali. I condizionali sono pensieri che non riescono a diventare fatti. Sono verbi falliti".
Amen Sorella.

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