sabato 5 maggio 2018

Sonata per pianoforte n. 14 in Do diesis minore



Ho smesso da tempo di chiedermelo. 

Chiedermi che ne sarà di me. Di fatto, quale destino potrebbe avere un pianoforte muto, se non diventare legno da ardere. 
O lo scrigno inespugnabile di un nido di vespe. 
Il vento, in una delle sue garbate visite, mi ha detto che la primavera incombe. 
E con gli insetti torneranno le incursioni di coloro che, approfittando dell’abbandono, scelgono di vagare per queste stanze in cerca di tesori inesistenti. 
Intrepidi avventurieri del nulla. 
Ascolto il tamburellare disordinato dei loro passi, al piano di sopra. L’irriverenza delle risate, l’irrispettosità del loro trafugare memorie e ricordi aggrappati come gatti alla carta da parati. Sogni incagliati al pizzo delle tende destinati, come me, a non raccogliere altro che polvere e oblio. 
Taluni si avvicinano, quasi sorpresi dalla mia presenza. Azzardano timidamente a farmi emettere un qualche suono. 
Taccio.  
Unico diletto di questa opaca apatia, è l’osservazione silente dei vacui tentativi di una mente stolta, mentre si prodiga nel tentativo di far suonare un pianoforte dalle corde bruciate. 

Lui stesso mi diede fuoco. 
Un gesto grave, certo.
Definitivo, senza dubbio alcuno. 
Immenso.
Come lo strazio e la disperazione. E il rimorso. 
Provò a gettarmi contro una caraffa d’acqua, questione di attimi. 
Vi ostinate a misurare il tempo in ore e giorni, quando sono gli attimi a fare la differenza. Un solo istante di esitazione e tutto ciò che di me restò, fu un LA. Ultimo tasto bianco lì in fondo. Troppo a sinistra per notarlo.
L’inutilità della sopravvivenza. 

“Posso vivere soltanto e unicamente con te, oppure non vivere più”.
Passi leggiadri quelli di lei, seppur carichi di dolore spezzato. Usciva dall'ingresso secondario, quello della cucina. L’attendevano una serva e un mantello. A sorreggerle l’anima, a celarla dagli sguardi. 
“L’Amore esige tutto, e a buon diritto”, tra le labbra come una preghiera, una lenta litania. 
Pugni feriti quelli di lui. A stringere il vuoto di un’assenza designata da altre scelte. 
Osteggiate, certo. 
Definitive, senza dubbio alcuno.
Devastanti.
Come lo strappo della separazione. E l'addio. 

Sedette qui davanti a me. Avvolto nel silenzio che, da tempo, riempiva i suoi giorni ma che non gli impedì mai di trovare note danzanti dentro di sé. 
Appoggiò la guancia sul leggio, la pelle lesse per lui lo spartito. Attaccò con l’Adagio sostenuto, e non vi è altro che io possa aggiungere. 
Se avete amato e se avete sofferto per amore, non vi è consolazione alcuna che possiate trovare se non nelle carezze di quella Sonata. 
Quasi una fantasia”.
Se solo la mia totale impotenza non si riversasse in piena, nell’unica nota sopravvissuta al fato, ecco, allora forse io potrei suonare ancora di quell’amore reciso, ma non smarrito. 
Se solo. 
Ma adesso andate, lasciate che possa ancora disquisire col vento affinché allontani la tenda da questo vetro rotto. 
Lasciate che la luna possa accarezzarmi, una notte ancora, nell’illusione di un destino che, oramai, non mi appartiene più. 

“Eternamente tuo”
“Eternamente mia”
“Eternamente nostri”



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