martedì 29 maggio 2018

La riva destra della Dora - Tallone & Carillo


Ci sono libri che non si fanno scegliere, ma scelgono. Un po’ come i gatti, forse per quello il binomio funziona da secoli. Ci sono libri che se ne stanno lì, in vetrina in attesa di essere letti, e altri che ti fanno l’occhiolino e ti tormentano finché non ti decidi a prenderli.
Con La riva destra della Dora è stato così. No, nessun tormento, ma è stato lui a scegliere me. In realtà si potrebbe dire che un libro ti racconta una storia, ma che, a seconda del momento che vivi, ti sussurra altro all’orecchio. Come un buon vino che non appaga solo un momentaneo desiderio, ma ti lascia come retrogusto un bouquet di sapori.
Lo conosco così bene che se mi chiedete un passaggio posso trovarlo in pochissimo tempo. Eppure, ieri quando lo scorrevo velocemente per l’ennesima volta, mi diceva cose che non avevo notato prima.

Sono passati due anni da quanto Lola ci racconta ne Il postino di Superga. Due anni in cui ha raccolto i cocci, tra cui Rinaldo, e ha ricominciato con il ricostruirsi la vita aprendo il Caveau, un raffinato negozio di vini e specialità francesi. Sembra andare tutto bene fino a quando non ne varca la soglia, con il classico atteggiamento da sbirro, Guiscardo un esponente della Digos “di grado elevato” che le chiede di collaborare all’indagine sull’assassinio di Aldina Chiappero, candidata alle elezioni, durante un comizio. Oddio, più che una richiesta di collaborazione è un ricatto bello e buono, ma Lola non può certo tirarsi indietro.

È il libro con il maggior numero di angoli piegati della mia libreria. (E non fate quella faccia è un libro: vive e lotta insieme a me. Un libro intonso, secondo me, è un libro vissuto a metà).
Ci sono passaggi sottolineati e altri che ho riletto più di una volta. Ho fotografato la pagina e l’ho stampata, attaccandola accanto al video del pc. Perché certe cose hai bisogno di ripeterle più volte, come dovesse essere la somministrazione di una vitamina che ti rimette in piedi. Bellezza amplificata dal fatto che le quattro mani, in questo secondo romanzo, si mescolano e si fondono, la “contaminazione” è tale che diventa più ostico riconoscerle, perché lo scrittore è diventato un po’ più criminologo, e il criminologo è più narratore di quanto non fosse all’inizio.
Quando La riva destra della Dora è finita tra le mie mani, avevo bisogno di un libro da cui imparare come si tesse una trama e l’incrocio dei personaggi, certo. Come per il libro precedente nulla può essere dato per scontato, a partire dall’arma del delitto: una balestra. Figuriamoci gli sviluppi dell’indagine, o i personaggi che si incontrano o si, rincontrano.
Le incantevoli metafore del Maestro (“E ha puntato i suoi occhi, scuri come la tana di una marmotta, sulle mie labbra” per dirne una), varrebbero da sole parte del prezzo di copertina.
Ma mi rendo conto che in quel periodo avevo bisogno proprio di una storia così. Di noir e tensione, ma anche di una storia d’amore che fosse fuori dai canoni dei benpensanti, che non avesse niente di logico o di semplice, nemmeno l’epilogo. Avevo bisogno di leggere che certe cose, alle volte, vanno anche così. Che possano esistere persone così. E poi c’è la Dora, il ponte delle mie camminate notturne per Torino. La città da cui allontanarmi mi crea ogni volta una lacerazione. Insomma, è un libro sensoriale. Non so spiegarvi razionalmente la motivazione, ma questo romanzo è riuscito a spostare i confini tra lettura ed emozione, reimpostando i parametri delle mie sensazioni.

Mi rendo conto che questa è la “pseudo recensione” meno recensione che abbia mai scritto, ma forse è proprio l’amarlo così tanto che mi frena la capacità di parlarne. Perché qui la scrittura è arrivata così a fondo che se iniziassi a mostrarne di più, probabilmente tirerebbe fuori anche pezzi di me. E non credo di essere disposta a farlo.
Quando si parla troppo di una cosa preziosa si rischia di inflazionarne il valore: io smetto di parlarne, ma voi provate a leggerlo.

1 commento:

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