venerdì 27 aprile 2018

La settimana bianca - Emmanuel Carrère

Questa volta la premessa cambia. Mio malgrado.
Non volevo scrivere di libri che non mi sono piaciuti, ma mi è stato chiesto espressamente di dire la mia su La settimana bianca di Emmanuel Carrère, e se ne decantassi le lodi non sarei onesta. 
Per carità, magari sono io che non ne ho capito la poesia, non ne ho percepito l'intensità e la genialità. Niente di più facile. Probabilmente, già il fatto di aver letto in copertina: "Questo perturbante, stringatissimo noir è da molti considerato il romanzo più perfetto di Emmanuel Carrère". Quel più perfetto un minimo di brivido me l'ha dato. Lo ammetto. 
Ad ogni modo mi immergo nella lettura il 25 aprile pomeriggio, con i gatti che mi ronfano paciosamente accanto, una montagna di roba da stirare e nessuna voglia di farlo. Quale migliore evasione di un libro?
Da subito il lettore cammina accanto a Nicholas, un ragazzino di dieci anni che parte per la settimana bianca con la classe. Allo chalet non arriva però con i compagni, ma in auto con il padre, personaggio ambiguo e decisamente apprensivo che dimentica di lasciargli lo zaino con la biancheria gli abiti da neve causando da subito i primi disagi. Ed è sempre attraverso gli occhi e le sensazioni di Nicholas che entriamo nella storia, negli incubi che tormentano la notte, nelle ansie tipiche dell'età e nella fervida fantasia nera in cui ricostruisce mentalemente scenari tragici che lo vedono come protagonista. Fino a quando si troverà a scontrarsi con la realtà, che supera tragicamente le sue aspettative più fantasiose.

Ora, sempre in copertina, qualche riga più su rispetto a quel "più perfetto", l'autore racconta: «Ero solo, in una casetta in Bretagna, davanti al computer, e a mano a mano che procedevo nella storia ero sempre più terrorizzato».
Io ve lo devo dire: a pagina 51 (circa metà del romanzo) mi sono detta che, l'autore, dovrebbe stare in ufficio con me un giorno in cui il mio capo ha la luna storta, e allora sì, potremmo rivedere insieme il suo concetto di "terrorizzato".
È chiaro che, leggendo, si abbia una percezione di pericolo imminente. Ma personalmente non l'ho percepito in modo così intenso o terrorizzante. Anzi, a costo di inimicarmi il mondo: mi sono annoiata terribilmente. 
Il finale l'ho trovato scontato e non così originale. Non sono rimasta né stupita né colpita. Anzi me lo aspettavo già da una trentina di pagine.  I gatti si sono svegliati in blocco quando ho detto "Ma va?" a voce alta, giusto per dastarmi un po' dal torpore.
Non è riuscito a lasciarmi traccia alcuna addosso. Nulla di quell'angoscia crescente tanto preannunciata, nulla che mi facesse tornare a rileggere un passaggio con l'idea di essermi persa qualcosa. 
Ma, dato l'entusiamo con cui se ne è parlato, ho cercato altre recensioni. 
Lo dico sempre e ne sono convinta: non detengo la verità assoluta, e i miei pareri (non giudizi) sono del tutto opinaibili. Personalmente quando mi sento fuori dal coro mi metto in discussione convinta di non aver recepito appieno la potenza di qualcosa. E in effetti, quando ho letto cose tipo "la perfezione assoluta, il perfetto dosaggio di parole scelte con accuratezza una per una, genialità pura", mi stavo convincendo che sì. Forse c'è qualcosa lì in superficie tra le pagine e io, probabilmente insensibile, non ho colto. 
Poi sono incappata in un intervista dell'autore dove afferma: "Quando il romanzo uscì, ne furono vendute appena seicento copie. Alcuni mesi dopo, sull'onda del premio, le vendite salirono, e di molto. Vede, io sono fin troppo lieto che sia andata così, eppure continuo a credere che i miei veri lettori siano quei primi seicento". 
Ecco, ora mi spiego tanto entusiasmo, non posso che essere d'accordo.

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