mercoledì 26 dicembre 2018

Il gatto che non è proprio mio - Luana Troncanetti

Nei giorni di vacanza ricomincio a leggere. 
Diventa quasi una necessità compulsiva rispetto ad altri tempi. Leggo sul divano, immersa nella vasca da bagno, e più classicamente a letto. Dividere lo spazio libero con libri, kindle e sogni fa meno "vuoto intorno", il problema nasce quando la sera ti infili sotto al piumone e, nell'enfasi di coprirti fin sopra le orecchie, fai volare il kindle sul pavimento. 
È Natale, le imprecazioni vengono adeguate al vecchio adagio "siamo tutti più buoni, anche tu che c'hai la maionchite". Funzionerà? Ti prego, fa che funzioni... Accendo, si accende. E i file? Si aprono? Prego e provo. 
Apro "Il gatto che non è proprio mio", di Luana. Ti pare che un'amica scriva un racconto con un titolo così e io non ce l'abbia? 
Il file si apre, ok, proviamo a leggere e a girare pagina. Pare che san Aranzulla abbia fatto il miracolo tutto funziona... leggo un paio di pagine e poi chiudo. 
Leggo un paio di pagine, e poi ancora due... e... 

E mi ritrovo in una tenda durante un terremoto. Io che durante un terremoto sono venuta al mondo, che li sento anche quando li sento solo io e gli altri non mi credono, meno che mai quando li sento "prima" con le vertigini e la nausea. Mi ritrovo al freddo, negli Appennini marchigiani, con una donna che potrebbe essere mia nonna, ruvida come la terra sotto lo spesso strato di ghiaccio. A ripercorrere con lei la sua vita, l'Amore perduto, la Guerra, e il marito disperso in Russia.
Rivedo mio nonno, tra i pochi sopravvissuti di quella campagna perché un amore che parlava straniero gli ha insegnato a pattinare sui fiumi ghiacciati. Fu tra i pochi disperati a tornare, e tornare intero grazie a quel gesto. 
Il kindle vola per terra, e apre uno stargate nella nostra Storia più recente. Quella snobbata, quella poco studiata, quella che abbiamo dimenticato più in fretta. Perché "la Storia siamo noi, padri e figli, siamo noi, Bella Ciao, che partiamo...".
E poi c'è il gatto. Libero di andare e venire e di essere. Caldo e consolatore di quell'anima sola. 
Sarà per questo che ne ho adottati tre. 
Se nulla capita per caso, se nessuno si incontra per caso, anche dimenticare il kindle sul letto nascondeva un senso più profondo della mia sbadataggine. 

martedì 11 dicembre 2018

"Sogni di destino"

Alla fine è arrivato. 
Ma prima del contratto c'è stato l'invio della mail, e l'attesa. Una partenza che sembrava buona e il successivo lancio del plico dal balcone.
Coreografico eh, per l'amor di Zeus, ma un filo demoralizzante. 
Un viaggio verso il mare con il magone del rifiuto, un giorno di sguazzamento nell'autocommiserazione a tempo de "me tapina me desperata". Poi c'è stato il profumo della focaccia pugliese, la mail di un'amica incoraggiante, le pacche sulle spalle di chi mi ha detto "non smettere di crederci" e chi ha suggerito di mollare e pensare ad altro. E magari avrebbe avuto pure ragione se... se non ci fossi io qui.
Il punto è che sono ostinata. Al limite della cocciutaggine acuta. Insomma, sono fastidiosa. E non mollo. Io sono quella che non molla, mai. Mi butto, magari mi schianto, ma un altro tentativo lo devo fare.
L'altro giorno MammaSys in auto mi ha detto "Tu negli affetti sei come un'edera. Tu non abbracci, tu avviluppi e cazzo non molli. Quando vuoi bene ad una persona l'avvolgi a proteggerla e guai a chi solo pensa di ferirla". E l'ho trovata una bellissima definizione.  Ed è vero, io non sono per le mezze misure. I miei affetti sono smodati, e sono così anche per i progetti in cui credo.
E finché ho tra le mani qualcosa di incompleto, finché non ho raggiunto l'obiettivo che mi sono fissata, non ho soddisfazione. Così ci sono stati giorni di caldo e di revisioni, ho smontato e rimontato, ho cercanto toni più cupi e mi sono imbattuta in quei guizzi d'entusiasmo che fanno parte di me e che non riesco a tenere fuori dall'inchiostro. C'è stato un ritorno inatteso, un "proviamoci di nuovo".
E poi l'epilogo.
Al supermercato tra latticini e succhi di frutta il tanto atteso "benvenuta a bordo".
Non ricordo nemmeno di aver cenato.
Ho taciuto per qualche mese, mi sono morsa la lingua e ho fatto la gnorri. Avrei voluto scriverlo anche sui muri di casa, ma ho temporeggiato, quasi fosse che tenere la notizia per me, coccolarla nel silenzio le impedisse di rompersi. Sarà che sono, a fasi alterne, ancora incredula. Sarà che quando mi arrivano gli sms con le conferme delle presentazioni mi tremano le gambe.
Sarà...
Sarà che sono pure fortunata. Diciamocelo.
Che sì, non sono mancati quelli che mi hanno suggerito di darmi al punto croce o di lasciar perdere. C'è chi ha provato a smontare quel visionario del mio Editore (ah... come suona bene "il mio Editore"), e chi si è complimentato a denti stretti.
Ma la maggior parte delle persone che ho accanto mi sono state vicine e hanno sempre fatto il tifo, credendoci anche quando ero proprio io a vacillare. Ecco, non per filosofeggiare sul viaggio e sul traguardo, ma quello che mi resterà dentro, indipendentemente dai risultati che otterrò, sono tutti quegli aneddoti che fanno parte della storia di questo libro, quelli che sono racchiusi tra le pagine ma sfumati negli spazi bianchi tra una parola e l'altra.
I messaggi con Chiara, le paturnie sulle spalle di Patrizia, le folgorazioni mistiche di Cristina, l'angoscia riversata nelle orecchie dell'Ing. Le foto scattate sul posto, le passeggiate per il cimitero come fosse un luogo ricreativo, le chiacchierate con MammaSys e i ricordi del nonno. Per non parlare del dramma epico del trovargli un titolo.
Quando ho preso le stampe delle varie stesure e ho tolto le foto dal muro per metterle nel raccoglitore, mi è venuta la malinconia del lavoro concluso. Mi è sembrato di accantonare anche tutti quei bei momenti e già sentivo quella musichetta da happy end finale con tanto di fazzoletti lacrimosi sparsi sulla scrivania. 
Poi per fortuna è arrivato un messaggio a rimettermi in pista: "Comincia il secondo".
E quindi scusate eh, vado di fretta, c'ho da fare!
Cia'!

mercoledì 28 novembre 2018

Miopia

Quando sfilo gli occhiali i contorni sfumano.
Non c'è un limite ben delineato tra una cosa e l'altra, i colori un po' si mescolano, i riflessi di luce diventano a tratti ovattati e morbidi, in altri risplendono con quell'effetto "stellina" che disegnavano nei vecchi cartoni animati.
Non c'è più nulla che mi sia chiaro, se non le cose che mi stanno più vicine, a portata di mano.
Tutto quello che mi è un po' più lontano è parte di un'ombra non meglio definita, di cui fatico a focalizzare forma e distanza. Ed è pure inutile forzarsi tanto, pure strizzando gli occhi, la situazione non cambia. 
È un po' come quando, davanti alle situazioni nuove, ho la pretesa di poter controllare, prevedere varianti e cambiamenti. Mi metto lì e provo ad analizzare i pro e i contro, a puntare più in là di oggi chiedendomi come potrei reagire, cosa potrei fare se... 
E in realtà è come cercare di guardare 250 mt più avanti a me, senza occhiali. E io l'avrei un po' questa mania, di spezzare il capello in quattro, di analizzare pro e contro, arrivo anche a fare le colonne dei sì e dei no quando la situazione è critica. Mettere nero su bianco mi aiuta sempre a far quadrare anche i cerchi, alla bisogna.

Togliere gli occhiali mi ricorda che non posso controllare ciò che è più in là del mio braccio. Non posso pretendere di definirlo, non posso prevederne i cambiamenti. Non posso nemmeno spiegarlo chiarmente, incasellare ed essere sicura della collocazione che gli spetta.
Insomma, se mi tolgo gli occhiali devo un po' fidarmi della vita, che da sempre ha più fantasia di me, e affidarmi.
Se mi tolgo gli occhiali devo accettare le sfumature, l'imprevedibile, l'imprecisione e l'incontrollabilità e il rischio. Che però, per contropartita, sanno anche tanto di fantasia, emozione, trepidazione, attesa, sorpresa e spesso di meraviglia.
Sarà per quello che li tolgo sempre prima di baciare.



mercoledì 31 ottobre 2018

Momenti di insana commozione #1

Sys: Ma', ti leggo un po' del manoscritto che così ad alta voce mi accorgo prima degli errori.
MammaSys: Bene, che son curiosa... lo finirai prima o poi? Sembra di assistere ai lavori della chiesa di Santa Giustina, iniziati e mai finiti.
Sys: Scrivere è un lavoro duro dice Snoopy, è evoluzione, correzione... analisi... patimento, angoscia, attesa, ansia...  

È domenica pomeriggio. Fuori piove e tira vento.
Dentro io leggo e mamma a tratti ride, un po' si commuove, poi ride di nuovo, ogni tanto commenta come fa con lo sceneggiato alla tv, ma quello che più la diverte è fermarmi alzando un indice come la Signorina Rottermeier e puntualizzare:
"No, ma l'allevamento di trote, al paese, non l'hanno aperto in quell'anno, è successivo...".
"Ma chissenefrega, è un romanzo non una dichiarazione all'ufficio del catasto, comunque hai ragione, correggo, via".
"Ah, ma tuo nonno mica l'ha mai detta sta cosa".
"Lo so, ma è una storia inventata, non è una dichiarazione giurata davanti ad un pubblico ministero"
"Eh, ma devi essere precisa, altrimenti non sei credibile".
"Hai ragione Ma'..."
"Io non te la direi mai una cosa così... forse."
"Ma mamma non sei tu... è la personaggia che si chiama come te, ma non sei proprio tu, mi sono ispirata, sì... ma non così tanto"
"Sarà, ma è talmente rompiballe che mi sono confusa, pensavo d'essere io".

Dopo circa un'oretta di lettura e interruzioni di varia origine e natura:
Sys: Allora? fino a qui ti è piaciuto?
MammaSys: Sì molto, mi hai fatto venire voglia di sapere come va a finire, domenica prossima me ne leggi un altro pezzo? E poi, anche la protagonista lì, la ragazza, come si chiama... Ti somiglia, non troppo ma ti somiglia.
Sys: Non troppo? A. direbbe che, come sempre, mi metto dentro tutta in quello che scrivo.
MammaSys: Eh no, la tipa lì quello si capisce che è inventata: lei un uomo ce l'ha, e da quel che mi hai letto lei combina pure... lei. E Infatti mica soffre  d'emicrania, lei
 
Bon. A posto così. 

giovedì 4 ottobre 2018

Vittoria - Barbara Fiorio

Doverosa premessa: questa non è una recensione, non nel senso più tecnico della definizione. Per un motivo molto semplice: non sono un critico letterario. Sono solo una persona che legge, non quanto vorrebbe, a cui piace discorrere di libri, sopratutto quelli che le sono piaciuti. Se leggo libri che non mi conquistano glisso, per due motivi altrettanto semplici: la bellezza sta negli occhi di chi legge. Banale forse, ma tant'è. Non detengo certo la verità universale. Inoltre,  un libro porta con sé una storia sotterranea di energie investite, tempo rubato alla famiglia, agli hobby o al cazzeggio. Quindi merita rispetto, a prescindere. 

Quello che vi apprestate a leggere sono impressioni, sensazioni, che il libro mi suscita. Per le recensioni più tecniche vi rimando agli esperti del ramo.
 
Ogni libro racchiude una storia, e ne nasconde altre... Quella di chi l'ha scritto: perché dietro ogni parola, negli spazi dopo il punto e a capo, ci sono le ore passate a scrivere, a pensare a cosa scrivere, ad ascoltare musica le cui note restano aggrappate agli apostrofi...  Quella di chi l'ha letto in anteprima, chi l'ha visto nascere un po' come capita con i bambini, fin dalla prima bozza di concepimento. E quella di chi l'ha acquistato. 
Nella mia copia è racchiuso un biglietto del treno, regalo di compleanno di chi crede in me quasi più di me, un progetto vivo da mesi, chilometri di pianura attraversati con l'idea di non vedere l'ora di arrivare; l'abbraccio inaspettato di una coraggiosa libraia indipendente e una sedia tenuta libera appositamente per me.
E poi Barbara, e poi Alice, e Paola e il tempo che come sempre vola troppo velocemente per i miei gusti. Ma è sempre così...
Io e Vittoria facciamo amicizia sul treno che mi strappa da Torino. Io triste, lei spezzata dall'addio di Federico. 
Federico che se ne va dopo tre anni di vita condivisa senza un perché. Ci fosse almeno una motivazione chiara, una da lì ripartirebbe. Spezzerebbe il capello in sedici parti, cosa che noi donne siamo abilissime a fare, ma almeno si aggrapperebbe ad un motivo e invece no. Sto tizio se ne va un po' come dire "mi dispiace devo andare il mio posto è... boh, altrove". 
Identificarmi con il dolore di Vittoria è stato un attimo. 
Perché, in fondo sono un po' così. Giustifico anche l'ingiustificabile. Eh, ma poverino lui soffre. Tu sei sotto un treno, con la canna del gas aperta in faccia, un piede nella vasca da bagno con il phon in bilico... e niente, è lui che soffre. Va capito, compreso... ci si preoccupa anche che stia bene...
Poi magari, lì in fondo alla pancia, lo sentivo che era pure stronzo, quell'uomo perfetto che amavo. Però niente, pur di non sentire quel dolore lacerante e incomprensibile, e sarebbe stato pure peggio...

Per Vittoria dolore è tale, lo scombussolamento così forte che anche il lavoro di fotografa va male.
Vive una di quelle congiuzioni astrali che fanno tremare i polsi pure a Paolo Fox, e allora qualcosa ha da inventarsi, almeno per sfamare Sugo, il gatto. 
Senza uomo, senza lavoro, senza più un contatto con sé stessa e l'idea di non saper che fare della sua vita. Per fortuna ci sono gli Amici, quelli che prevedendo l'imprevedibile le avevano preparato una tela di sostegno che avrebbe attutito la caduta nel baratro.
Quelli che la nutrono, e non solo perché sta diventando troppo magra. Quelli che non si stancano del suo dolore, non giudicano, ma fanno cerchio intorno a proteggerla. Quelli che la spingono verso la strada di un lavoro, per così dire, alternativo: la cartomante, perché i cambiamenti e le nuove idee spesso si nascondono nei gesti più strani, come un'amica che le regala i tarocchi. Ed è stata la svolta. 

Ho risalito la china con lei. Mi sono ritrovata nella sua voglia di piangere, di far volare i piatti. Nella labile gioia nostalgica di un'ora passata su whatsapp a fare l'analisi logica dei sentimenti di chi stava dall'altra parte, cercando il barlume di un qualcosa che era stato, ma che alla fine non era più. 
Nella sua voglia di stare meglio, perché Vittoria non vuole crogiolarsi nel dolore, non si autocompatisce. Vuole stare bene, anche se ci sono momenti in cui non sa come fare, e allora procede per tentativi.
Mi sono rispecchiata nei racconti dei suoi clienti, nelle speranze che si cercano nei tarocchi o nell'oroscopo, perché ogni tanto ci piglia quella voglia di guardare oltre. Abbiamo bisogno di sentirci dire che cambierà, andrà meglio.
E mentre leggevo mi dicevo "ecco, è proprio così...". 
Ma, soprattutto, mi sono alzata in piedi con un applauso quando ho letto quello che ho interpretato come l'ultimo messaggio di Vittoria, che sa tanto di rinascita e nuova consapevolezza: "Usi troppi condizionali. I condizionali sono pensieri che non riescono a diventare fatti. Sono verbi falliti".
Amen Sorella.

martedì 2 ottobre 2018

Cose che si dovrebbero saper distinguere:

  • L'amicizia dall'amore: un evergreen.
  • Il sesso dall'amore: fa un po' Sanremo, ma tant'è.
  • Il deodorante dalla doccia: lo so, concetto trito e ritrito
  • I colleghi dagli amici: non sono la stessa cosa, proprio no. 
  • La ricotta dal mascarpone: che il tiramisù è cosa seria.
  • Il lambrusco dalla bonarda: e dai, siamo seri.
  • La gazzella dall'antilope: così, per cultura generale
  • L'azzurro dal pervinca: Pantone docet.
  • La coincidenza dal caso: uhm...
  • I nomignoli affettuosi dati per affetto da quelli dati per effetto: eh, il gioco si fa duro.
  • L'affezionato dal piacione seriale: se ci sa fare, non è così semplice.  Chiedere aiuto alle amiche.
  • La gentilezza dall'interesse: ohi-ohi.
  • L'interesse prettamente accademico da quello sentimentale: qui piovon pagine di letteratura. 
  • Le attenzioni da cortesia da quelle "perché ci tengo": ripassare con maggiore attenzione la lezione precedente. 
  •  Le farfalle nella pancia da un eccesso di coca-cola: certi presunti amori, che sembrano finire ma fanno giri immensi e poi ritornano, spesso ripropongono solo un burp. 
  • I messaggi che lancia l'universo da quello che si vorrebbe sentirsi dire: non sempre sono la stessa cosa, e poi anche l'universo ne dice di cazzate, ammettiamolo. 
  • Il senso di vuoto perché non ha ancora risposto a messaggio/mail/chiamata/segnaledifumo/piccioneviaggiatore, dalla fame: se anche dopo un piatto di pasta al forno quel vuoto resta, la questione si fa seria... 
  • ...


mercoledì 26 settembre 2018

Si stava meglio quando si stava peggio... e le mezze stagioni?

Il mio ragazzo stava a Bologna. 
Avevo 17 anni, il pensiero più gravoso era la maturità e il fatto che potessi vedere Claudio solo il fine settimana. 
La sera si usciva per telefonare, che se no la bolletta del telefono diventava improponibile, quindi, a giorni alterni si usciva e si andava nella cabina telefonica più vicina. 
Anche in inverno. 
Anche sotto la pioggia.
Anche d'estate quando non potevi tenere le porte chiuse perché si raggiungevano i 451°  Fahrenheit.
E poi si scrivevano lettere. I fogli protocollo avanzati dai compiti o strappati dall'interno del quadernone, raccoglievano tutti quei pensieri e parole, opere e omissini che la fine del credito non permettevano di esternare. Magari arrivavano dopo una settimana, forse non ricordavi esattamente cosa avessi scritto. 
Ma tant'è. 
Poi arrivava il fine settimana, l'ultima ora la passavi seduta sulle spine, perché finalmente era sabato e domani niente scuola, in compenso sarebbe arrivato e avresti riconosciuto il motore della Ford Fiesta mentre parcheggiava sotto casa. E gli saresti corsa incontro buttandogli le braccia al collo con in tasca il primo dei centomille baci che conservavi dalla domenica sera precedente. 

Oggi c'è whatsapp. 
Ed è meraviglioso. 
I messaggi arrivano istantanei, ci puoi mettere dentro le foto guarda, lo sto guardando anche per te che sei distante, faccine e messaggi vocali. Puoi cantare tanti auguri alla tua amica che abita lontano e fingere di non essere stonata come una campana rotta. Non hai più bisogno di uscire, a giorni alterni, gelando d'inverno e arrostendo d'estate per sentire da voce dall'altra parte di un filo che sparisce nel sottostrada e rispunta a centinaia di chilometri da te. Basta un cuoricino per dire a qualcuno che lo pensi. Siamo tutti più vicini.

O dannatamente e stupidamente distanti.

Perché dovrei chiamarti, se scriverti è più pratico. Poi, tu mi leggi quando puoi.
Perché dovrei chiamarti se posso fare un monologo  senza contraddittorio. Poi, tu mi ascolti quando vuoi.
Però se mi ascolti e non mi rispondi, che devo pensare? È impossibile tu non mi abbia vista, ascoltata, c'era la doppia spunta blu. Vuol dire che mi ignori, brutto stronzo. Visualizzi e non favelli. 
Magari stavi guidando, eri dal medico, parlavi con tua madre e sì hai pensato "dopo rispondo con calma" e ti sei dimenticato. Perché nel frattempo sono arrivati altri messaggi, altre foto, altri input, e cazzo, dovrai pure lavorare anche tra una pausa e l'altra dai social.
Ma con la voglia di baciarti, come la mettiamo? Ecco, adesso, proprio adesso, io avrei voglia di accarezzarti il viso, la barba il sorriso. Respirare l'incavo del tuo collo che sa di casa, sentirmi le tue mani addosso curiose e sfacciate. Te lo scrivo, mi senti? Lo senti il desiderio che ho di te, che solo a pensarti ho la pelle d'oca. Te lo scrivo mentre sono qui, sul divano, con la musica di sottofondo, ho fatto una doccia e non ho ancora voglia di vestirmi.
Tu invece ti sei attardato al lavoro, sei imbottigliato nel traffico delle sei, la tangenziale è impossibile a quest'ora, me l'hai raccontato mille volte. E poi devi fermarti a prendere qualcosa per cena, ce ne sarà ancora di latte in frigo? E il bollo auto? Ma l'avrai pagato il bollo auto? E dove va questo col suv? Ma chi gli ha dato la patente, ma poi perché tutta sta mania del suv, da dove venite tutti? Dalle Alpi Apuane?
Bip.
Foto di me, asciugamanto in posizione strategica, divanosa e profumosa, con una mano sibillina e un gioco di vedo e non vedo. Mancano solo le labbra a cuoricino, ma per pura decenza.
Alzi gli occhi in tempo per vedere la paletta della Stradale che ti fa cenno di accostare. Patente e libretto, non lo sai che il cellulare alla guida anche no?

Però è igienico, dai.
Amiamoci così, che tanto le mie mani mi conoscono meglio e durano quasi sicuramente più di te.
Fattene una ragione.
Inoltre mi puoi mandare anche una foto da appena sveglio e io non sento il fiato da topo morto che ti porti addosso, e il filtro giusto evita tu possa prendere paura per le mie occhiaie alla Casper.
Tu comodamente a casa tua, io nella mia. Anche se viviamo sotto lo stesso cielo, anche se basterebbe un treno, un'auto, un paio di ore di risciò e potresti essere qui.
Ma no dai, che se poi mi stanco o se ti stanchi possiamo sempre dire sia caduta la linea, consumato il traffico di giga, cambiare gestore e nick name. Amen. Una prece.

Chiusi dentro i nostri quattro muri, possiamo ordinare la cena con un click, fare la spesa con un click, possiamo parlare con whatsapp, ridere con whatsapp, fare l'amore con whatsapp, recriminare, discutere perché a lei hai messo il cuoricino e a me solo un pollicione? Vogliamo parlarne? Mi nascondi sicuramente qualcosa.
Scusarci, cuoricinare e abbracciarci a distanza mentre in realtà mangiamo un gelato e seguiamo la serie televisiva e tra poco spengo tutto che domani c'è da lavorare.

L'amore al tempo di whatsapp.
Era meglio il colera. 

mercoledì 19 settembre 2018

www.casoumano.net


Salgo sul treno che da Torino Porta Nuova deve portarmi a Bardonecchia City. Sono lì che aspetto l'arrivo di Cristina, e noto sto ragazzetto, #casoumano n. #hopersoilconto.
Io li noto tutti gli strambi che mi girano intorno, specie se viaggio da sola, non per paura eh... ma diffidenza. Ho abitato sei mesi dietro la stazione di Padova, l'attenzione a chi ti gira intorno non deve mai, mai venir meno.

Avrà avuto 20/25 anni, canotta bianca e jeans. Nemmeno troppo grande, nemmeno troppo ben fatto. Lo noto perché nelle sei, sette vasche che ha fatto su e giù per il vagone non ha potuto esimersi dal buttare l'occhio sul mio, come dire, palpabile talento.
Fatto sta che dopo l'arrivo di Cri, io e lei ci mettiamo a parlare, ma la coda del mio occhio continua a seguire i movimenti del fanciullo che, ad un certo punto non trova di meglio da fare che calarsi le braghe, prendere come dire, la situazione in mano e con polso fermo e incisiva determinazione, impegnarsi a raggiungere un entusiasmante risultato. 

Ora, son donna di mondo e nemmeno di primo pelo, data l'età, ma non nascondo che l'imbarazzo mi ha fatto perdere il filo del discorso.
Ragazzetto sicuramente caparbio in quanto, nonostante le distrazioni e la possibilità che potesse arrivare il controllore da un momento all'altro, non si è mai arreso, anzi.
Con una certa perserveranza ha continuato nel suo intento mentre, con la manina libera dall'incombenza, mi faceva quello che secondo lui doveva essere un "ciaoone", e io interpretavo a malapena come un "salut" con pronuncia rigorosamente francese. 
Si arrende solo all'arrivo della fermata successiva, dove noi approfittiamo per spostarci dal suo raggio visivo e lui per fare un'altra passeggiata ricognitiva passando abbastanza vicino per sentirmi dire: "se non la smette m'arzo e je meno e je faccio male" (non so il motivo ma il mio lato picchiatore parla come Er Monnezza ).
Firma la resa e nell'impossibilità di dar sfogo alla propria creatività, scende.
Ed è stato a quel punto che è giunto il controllore e... minchia... era pure peggio... 

Il controllore, più che un #casoumano è stato una #pnc. Arriva dopo pochi minuti chiedendo il biglietto.
"Guardi, sarei venuta a cercarla, non fosse che sarei dovuta passare davanti allo Smanettone della Val Susa".

L'illuminato abbassa sul naso l'occhialetto e, con l'aria dell'uomo fatto e finito risponde "Ah, ma non serve chiamarmi, a gente così basta dare un calcio su ciò che espongono".
Io e Cri ci guardiamo, visualizziamo la scena e scatta un "puaaaa" schifato in versione coro. "Anche no, mi sporco i jeans".

Il controllore non capisce l'ironia della battuta e comincia a raccontare la sua esperienza con i maniaci da quando il treno era a vapore, come i treni a vapore, di stazione in stazione e di porta in porta, quest'inverno passerà.
Il tutto condito con la sua mano a dita rigide contro la mia spalla, mentre mi appiattisco sempre più vicino a Cri e lui avanza verso di noi.
Cri che guarda il finestrino e con rapidi calcoli valuta se sia possibile lanciarlo fuori.
Desiste dal dare due testate al vetro e devia sul: "be' ma noi ora ci si prepara per scendere", con me ormai seduta sulle sue gambe tipo koala in cerca di aiuto.
"Ridateci il maniaco" mi sussurra all'orecchio la mia compagna di viaggio.
E niente... dall esimio controllore scopriamo che persino al tempo degli Assiri e dei Babilonesi, lui ha incontrato gente strana.
Lui.
Ma con la potenza derivatagli dall'autorità conferitagli dalla divisa, ha sempre riportato l'ordine e la serenità nei suoi convogli.
"Questione di polso" dice.
"Arridaje" rispondo.

Bardonecchia è all'orizzonte e decido di fare l'unica cosa fattibile. Mi alzo in piedi.
Voi non lo credereste mai. Se non ci fosse Cri come testimone, pensereste ad una vile menzogna. E invece.
Invece mi alzo scopro che il Palpeggiatore della Val Susa è più piccoletto di me.
Questo basta perché si defili velocemente.
"Ma poi il biglietto, l'ha controllato solo a noi?" chiede Cri.
Alle uniche del vagone con palpabile talento, mia cara.
E che talento.
#thatsallfolks

mercoledì 5 settembre 2018

#Genova

Seduta in riva al mare, sul muretto di Boccadasse con un frappè alla fragola tra le mani, pensavo a quanto fosse strano essere "in vacanza" in un posto dove non ero mai stata.
Non perché sia dannatamente abitudinaria, ma perché di solito ogni volta che riesco a racimolare un po' di tempo e di soldi, il primo pensiero è Torino.
"Non sei ancora stanca di vedere sempre la stessa città?" mi si chiede. "No, io amo Torino, da matti" rispondo.
Torino mi rigenera e mi fa ritrovare quella parte di me che, troppo spesso, perdo sotto strati di altre cose, altre vite, altre priorità.
Ma è Torino? Voglio dire... sono i muri della città? Le sue vie? La Mole che mi appare così, a sorpresa, da sopra i tetti, a farmi respirare con un altro ritmo?
Anche.
Ma, io guardo la Mole e vedo il cuore delle persone che amo, pulsare alla sua ombra.
Amerei Torino nello stesso modo, se non fosse lì che ho fatto il mio primo giro in moto dopo l'incidente, con l'Ing.?
Se non fosse lì che trovo Patrizia a mostrarmi gli angoli della sua infanzia e ad accogliermi a braccia aperte ogni volta che torno?
Porta Nuova sarebbe una stazione come un’altra se non fosse per le rincorse a prendere i treni sempre all’ultimo istante, tra risate e lacrime, con chi mi aspetta e poi mi guarda partire.
Sono le Persone a farti amare una città. Sono le braccia che ti stringono, l’affetto che senti intorno a te anche quando pensi di essere sola e lontana, la nostalgia di un tempo che non è ancora finito ma che non ti basta mai per dire tutto quello che vorresti, e ti sembra di lasciare sempre qualcosa sospeso.
Questo pensavo mentre i miei occhi accarezzavano le case colorate del piccolo borgo sul mare, mentre mi perdevo tra i caruggi di Genova con le sue contraddizioni, o mi fermavo a respirare l'aria di mare sul pontile De Andrè, con gli occhi fissi sulla Lanterna.
Nemmeno il tempo di arrivare che già sono sul treno che mi riporta a casa, nella borsa un pezzo di focaccia, un sasso a farmi compagnia, come suggerito da un'Amica cara.
E un altro filo rosso puntato lì, con uno spillo poco distante dalla cattedrale di San Lorenzo e che si tende attraverso la pianura a fare un ponte (parola non a caso), silenzioso e forte, per finire annodato intorno a me.
E quando i tempi e la distanza, inizieranno a stringere troppo il nodo, fino a far male, saprò che è tempo di tornare dalle mie Persone.
Perché non sono i muri.
Sono i pezzi di cuore che lasci nelle tasche delle Persone, a farti amare una città.

martedì 29 maggio 2018

La riva destra della Dora - Tallone & Carillo


Ci sono libri che non si fanno scegliere, ma scelgono. Un po’ come i gatti, forse per quello il binomio funziona da secoli. Ci sono libri che se ne stanno lì, in vetrina in attesa di essere letti, e altri che ti fanno l’occhiolino e ti tormentano finché non ti decidi a prenderli.
Con La riva destra della Dora è stato così. No, nessun tormento, ma è stato lui a scegliere me. In realtà si potrebbe dire che un libro ti racconta una storia, ma che, a seconda del momento che vivi, ti sussurra altro all’orecchio. Come un buon vino che non appaga solo un momentaneo desiderio, ma ti lascia come retrogusto un bouquet di sapori.
Lo conosco così bene che se mi chiedete un passaggio posso trovarlo in pochissimo tempo. Eppure, ieri quando lo scorrevo velocemente per l’ennesima volta, mi diceva cose che non avevo notato prima.

Sono passati due anni da quanto Lola ci racconta ne Il postino di Superga. Due anni in cui ha raccolto i cocci, tra cui Rinaldo, e ha ricominciato con il ricostruirsi la vita aprendo il Caveau, un raffinato negozio di vini e specialità francesi. Sembra andare tutto bene fino a quando non ne varca la soglia, con il classico atteggiamento da sbirro, Guiscardo un esponente della Digos “di grado elevato” che le chiede di collaborare all’indagine sull’assassinio di Aldina Chiappero, candidata alle elezioni, durante un comizio. Oddio, più che una richiesta di collaborazione è un ricatto bello e buono, ma Lola non può certo tirarsi indietro.

È il libro con il maggior numero di angoli piegati della mia libreria. (E non fate quella faccia è un libro: vive e lotta insieme a me. Un libro intonso, secondo me, è un libro vissuto a metà).
Ci sono passaggi sottolineati e altri che ho riletto più di una volta. Ho fotografato la pagina e l’ho stampata, attaccandola accanto al video del pc. Perché certe cose hai bisogno di ripeterle più volte, come dovesse essere la somministrazione di una vitamina che ti rimette in piedi. Bellezza amplificata dal fatto che le quattro mani, in questo secondo romanzo, si mescolano e si fondono, la “contaminazione” è tale che diventa più ostico riconoscerle, perché lo scrittore è diventato un po’ più criminologo, e il criminologo è più narratore di quanto non fosse all’inizio.
Quando La riva destra della Dora è finita tra le mie mani, avevo bisogno di un libro da cui imparare come si tesse una trama e l’incrocio dei personaggi, certo. Come per il libro precedente nulla può essere dato per scontato, a partire dall’arma del delitto: una balestra. Figuriamoci gli sviluppi dell’indagine, o i personaggi che si incontrano o si, rincontrano.
Le incantevoli metafore del Maestro (“E ha puntato i suoi occhi, scuri come la tana di una marmotta, sulle mie labbra” per dirne una), varrebbero da sole parte del prezzo di copertina.
Ma mi rendo conto che in quel periodo avevo bisogno proprio di una storia così. Di noir e tensione, ma anche di una storia d’amore che fosse fuori dai canoni dei benpensanti, che non avesse niente di logico o di semplice, nemmeno l’epilogo. Avevo bisogno di leggere che certe cose, alle volte, vanno anche così. Che possano esistere persone così. E poi c’è la Dora, il ponte delle mie camminate notturne per Torino. La città da cui allontanarmi mi crea ogni volta una lacerazione. Insomma, è un libro sensoriale. Non so spiegarvi razionalmente la motivazione, ma questo romanzo è riuscito a spostare i confini tra lettura ed emozione, reimpostando i parametri delle mie sensazioni.

Mi rendo conto che questa è la “pseudo recensione” meno recensione che abbia mai scritto, ma forse è proprio l’amarlo così tanto che mi frena la capacità di parlarne. Perché qui la scrittura è arrivata così a fondo che se iniziassi a mostrarne di più, probabilmente tirerebbe fuori anche pezzi di me. E non credo di essere disposta a farlo.
Quando si parla troppo di una cosa preziosa si rischia di inflazionarne il valore: io smetto di parlarne, ma voi provate a leggerlo.

lunedì 21 maggio 2018

La scrittrice del mistero - Alice Basso

Doverosa premessa: questa non è una recensione, non nel senso più tecnico della definizione. Per un motivo molto semplice: non sono un critico letterario. Sono solo una persona che legge, non quanto vorrebbe, a cui piace discorrere di libri, sopratutto quelli che le sono piaciuti. Se leggo libri che non mi conquistano glisso, per due motivi altrettanto semplici: la bellezza sta negli occhi di chi legge. Banale forse, ma tant'è. Non detengo certo la verità universale. Inoltre,  un libro porta con sé una storia sotterranea di energie investite, tempo rubato alla famiglia, agli hobby o al cazzeggio. Quindi merita rispetto, a prescindere. 
Quello che vi apprestate a leggere sono impressioni, sensazioni, che il libro mi suscita. Per le recensioni più tecniche vi rimando agli esperti del ramo.

 
Avete presente quelle giornate di scazzo totale, in cui entri in libreria e inizi a camminare tra scaffali e copertine in cerca di un chissà quale segnale mistico che te ne faccia prendere uno a caso. E magari in una scena tipo film "ai confini della realtà", lasciando aprire una pagina dal fato, trovi la risposta alla tua emblematica paturnia emotiva?  
Bene, ho scoperto il primo (per me, il secondo per lei) libro di Alice Basso (Scrivere è un mestiere pericoloso) in un contesto come questo. E non è stato proprio amore a prima vista:
"Non sono convinta..."
"Perché?"
La voce fuori campo che sussurra al mio orecchio attraverso l'inseparabile auricolare Bluetooth, è quella dell'Ing.
"Perché sì, è scritto bene. Senza alcun dubbio. Ma la protagonista... Vani Sarca... be' diciamocelo, mi sta sulle palle. È burbera e pure misantropa, specie nei confronti della sua famiglia, scontrosa, ironica al limite del sarcasmo".
"Magari veste sempre di nero e ha, molto spesso, una citazione in tasca", dice lui.
"Esatto!", dico io.   
"La conosci?"
"Lei no, ma sono circa sette anni che ho a che fare con una così, hai ragione: due palle. Anzi guarda, ora chiudo. Cià". Click. 


L'Ing., per chi non lo conoscesse, è l'anello di congiunzione tra il mio Io nevrotico e il mio Io sensato. Alla luce di quanto sopra ho ripreso in mano il libro e, con buona pace dei miei difetti spiatellati lì nero su bianco, ho superato le resistenze che venivano più dal mio ego che nei confronti della trama. 

Ed è scoccata la scintilla. 

Ho letto quel libro in tempo record.
Proprio sull'onda di questa risposta emotiva non potevo che essere felice quando ho ricevuto il quarto capitolo: La scrittrice del mistero
Vani e Romeo Berganza finalmente stanno insieme. Dopo mesi di lavoro spalla a spalla, dopo sguardi sospesi, lezioni di cucina e messaggi subliminali lasciati a macerare, finalmente stanno insieme. E Vani non è certo una da farfalle nello stomaco, è più da piranha: ad ogni carezza o sguardo più tenero del buon commissario scatta il crampo attorcigliabudella. E come si fa a non capirla? Una non è che le piomba la felicità addosso e se la vive così in scioltezza. Deve capire come funziona, cosa significa avere uno come Berganza accanto. 
Soprattutto scoprire che esiste il concetto di "accanto". E la capisco, avoja che la capisco.
E se nel frattempo ci si metteno il suo capo Enrico con l'ennesima rogna lavorativa, e il famoso ex fidanzato Riccardo che, con la scusa di uno stalker e una serie di minacce di morte,  interrompe ogni loro momento per così dire... conoscitivo, niente può risultare facile.
Ciliegina sulla torta, Lara Sarca, al secolo sorella della nostra ghostwriter preferita, le  piomba in casa a tradimento dopo aver mollato, evvivadioeraora, il marito.
Insomma, gli ingredienti per una lettura guduriosa, scorrevole, appassionante e divertente in pieno stile Alice Basso, ci sono tutti e in dosi molto generose.
Forse l'attenzione verso la nuova situazione sentimentale, e l'evolversi del rapporto con la sorella, tolgono un po' di spazio alla parte poliziesca, ma non è altro che un riflesso della vita "normale": con tempi e ritmi diversi al secondo del momento che si vive. 

È sicuramente un libro di transito, un arricchimento della parte psicologica dei personaggi, prima di lanciarsi nella prossima sfida. 
Perché ci sarà una prossima sfida, vero Alice? Mica ci puoi lasciare così. 

Ah... dimenticavo... ho letto tutte le 320 pagine dallo schermo dello smartphone: se scrivo "appassionante", non è a caso. 

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