lunedì 4 aprile 2016

Fotografie, piccole spie, pericolose... (cit.)

Ci sono "foto" e "foto".
Foto che ti arrivano, istanti regalati e condivisi che non tengono conto della distanza. Foto di attimi, di luoghi amati. Di momenti vincenti, di respiri di sollievo, di eventi indimenticabili, attesi sognati sperati, ma soprattutto voluti, voluti con forza e determinazione. E ora lì, presenti a manciate, tutte da vivere. Da fermare, in un clic che dice "ecco, c eri anche tu, in qualche modo, t ho portato con me". 
Ci sono foto che viaggiano in sordina. 
Quelle in cui inciampi. E lo sai, un po' come quando si sa che c è il gradino in quel posto, c è da anni, ma all'ultimo ti tradisce lo stesso. Un po' non le vorresti vedere, passare oltre. Un po' vuoi vedere, renderti conto, "sentire l'effetto che fa". 
Sono come le ultime battute di uno spettacolo teatrale più simile ad una farsa. Dove in fondo ad ogni battuta c è forse un fondo di verità, ma alla fine restano comunque battute, imparate a memoria da chi recita una parte, ed è capace di innumerevoli repliche. Lo sguardo dell'attore che pensi si posi su di te,  e parli direttamente alla tua anima, è frutto di studio e preparazione. Incrocia il tuo sguardo, ma potrebbe essere uguale ad altri mille, e non se ne accorgerebbe, perché preso dai propri gesti, dal battere del tempo, il giusto attacco della musica, ma soprattutto, quell'occhio di bue luminoso puntato su se stesso, al centro della scena. Vede tutti, ma non "sente" nessuno. 
Ma il bello di queste foto, è che ti regalano una rivelazione: quando ti dicevano "ci sarà un momento, in cui guarderai e non sentirai più nulla" e tu pensavi non fosse vero, che fosse solo per rassicurarti, un po' come si fa con i bambini quando gli si soffia sulla sbucciatura.
E invece no! C'è proprio un momento, diverso per ognuno, in cui guardi immagini e volti, e non senti nulla. 
Non provi nulla.
Un po' come quella parte della mia gamba dove hanno dovuto recidere il nervo. Sento poco nulla, forse un po' di fastidioso prurito alle volte, proprio sopra la cicatrice, quella sì resta. Ma nella maggioranza dei giorni te la dimentichi, e non ci badi più. 
Quando capisci, finalmente, quel gioco di sguardi non era autentico, non ci cadi più. Una volta capito il tempo della recitazione, delle assidue prove, i retroscena di un'interminabile monologo, la storia perde di pathos.
E spesso, l'unica cosa che resta, non è nemmeno una foto. Bensì una locandina che andrà ad ingiallirsi con il tempo, in fondo ad un cassetto. 

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