mercoledì 17 gennaio 2018

La Divina



Era ancora notte e il rumore del fuoribordo ricordò a Elia di essere sveglio. Con il sapore del caffè ancora sul palato, slegò le cime dalle bitte e spinse l’imbarcazione verso l’uscita dalla darsena con lente, silenziose remate
Le luci verde e rossa lo attendevano all’uscita della diga. Poste all’apice delle due boe galleggianti erano quasi ferme: il mare era calmo.
Dopo pochi minuti, La Divina, così si chiamava l’imbarcazione, procedeva senza troppa fretta lungo il canale tra le briccole, mantenendosi al centro. Il motore borbottava in modo ritmico, come una vecchia caffettiera, ma ancora andava. Era un gozzo di quasi sei metri in legno di teak. Il nonno di Elia, Giovanni Battista detto “Il Tita”, l’aveva varato nel 1895 dopo averlo costruito pezzo per pezzo con le sue stesse mani e curato personalmente ogni singolo giorno, fino al momento di passarlo a suo figlio Alvise, che aveva continuato la tradizione di famiglia per poi in anzianità, cederlo ad Elia, suo primogenito.
Diversi anni prima, rischiò di perderlo durante una mareggiata che aveva fatto molti danni anche all’interno del porto. Con l’aiuto di un vecchio amico mastro, avevano dovuto sostituire diverse tavole e lavorare a lungo per riportarlo all’antico splendore. Furono necessari tre mesi di darsena e un lavoro artigianale vecchio stampo, ma alla fine La Divina era tornata a solcare le onde con la prua verso est.
Tita ne sarebbe stato fiero, pensò Elia, accendendosi la sigaretta tenendo il palmo della mano davanti al viso a riparare la fiamma dall’aria.
Tita amava Eleonora Duse. Ecco il perché di quel nome.
Lo aveva sentito raccontare quella storia all’infinito durante la sua infanzia, e quando prendeva il largo con il suo gozzo, risentiva la voce roca di suo nonno raccontargli la sua storia.
Il Tita era uno dei gondolieri più conosciuti a Venezia. Amava l’opera e la cantava remando tra i canali della città, mentre le coppie si stringevano e scambiavano baci sotto il Ponte dei Sospiri. La sua voce scaldava l’aria anche d’inverno e non era raro che chi camminava per le calli, si fermasse sui ponti per ascoltare.
Visitare Venezia sulla sua gondola significava vivere due sogni: lasciarsi incantare dalla sensualità di quella città d’acqua e sentirsi al centro di una di quelle storie che si possono vivere solo sul palco di un teatro di lusso, magari in uno degli spettacoli della Duse.
E Tita, la Divina, l’amava davvero.
L’adorava come una dea scesa dall’Olimpo per illuminare, con la sua grazia, la vita spenta dalla quotidianità. L’amava per quel suo modo di vivere il palco, il dramma come se fosse la sua vita stessa, dimenticando forse, di essere un’attrice ma mai di essere una donna.
“Eh, io l'ho incontrata la Divina. L’ho incontrata davvero. È salita sulla mia gondola una notte. Eleonora Duse mi ha fatto dono del suo sguardo ed io sono un privilegiato. Ho anche cantato per lei. Non me lo dimenticherò mai…”.
Quando iniziava, nonna Ester guardava il cielo e sospirava scuotendo la testa. Si inventava qualcosa da fare in cucina, o una lavatrice da stendere, per non essere costretta ad ascoltarlo di nuovo. Forse gelosa e troppo orgogliosa per ammetterlo anche a se stessa. La gelosia è frivolezza, diceva, gli uomini son nati cacciatori e noi donne siam fatte per soffrire, ripeteva spesso tra sé e sé come i vespri della sera.
Elia invece lo ascoltava incantato ogni volta, sperando sempre in qualche particolare in più, per potersi vantare con i suoi amici dell’incontro di suo nonno con l'attrice famosa.  
“Sarà stato quasi mezzanotte, sai Elia, e stavo per decidermi a tornare a casa. Faceva un freddo cane, uno di quelli che il fiato fa nuvole dense. Mi ero fermato in piazza a guardare la Basilica. È bella di notte sai, tutto il suo oro risplende sotto la luna e tu puoi vederla da una vita, ma a certe cose non ti abitui mai. Avevo appena finito di farmi una sigaretta… oh una sigaretta… quanto vorrei fumarmene ancora una…” e poi tossiva di quella tosse carica di catarro e lenta fine.
Riprendeva fiato e ricominciava: “dove ero rimasto? ah sì, la sigaretta… avevo del buon trinciato e me la stavo gustando e ad un certo punto sento il rumore dei tacchi veloci sulla pietra, mi volto e vedo questa donna elegantissima che quasi corre con la testa bassa, stringendosi nella pelliccia, con la borsa stretta al petto. E dietro di lei un uomo.”
Tita socchiudeva gli occhi e prendeva fiato.
Seduto sulla poltrona con la coperta sulle gambe e la mano destra un po’ sollevata come se ancora tenesse la sigaretta accesa.

“Eleonora, Eleonora la prego si fermi”.
Eleonora si bloccò di colpo e si voltò verso il suo inseguitore. Le spalle le si muovevano veloci su e giù, ansimava per la corsa.
“Sono io che prego lei Gabriele, mi lasci andare”.
“Lo sa che non posso, non potrei mai perdonarmelo... lo sa anche lei, non è un caso… noi due qui… questa notte. Non è un caso.”
“No, la prego, non lo dica…”
Eleonora si voltò di nuovo guardandosi intorno, come cercasse un appiglio, qualcosa a cui aggrapparsi per non perdersi in quegli occhi che parevano saper scrutarle l’anima.
Tita osservava la scena indeciso se intervenire o farsi gli affari suoi. Lei lo raggiunse con pochi passi: “È in servizio? Può farmi salire?”
Fu un attimo. Tita la riconobbe e colto alla sprovvista, non riuscì a risponderle. Restò a fissarla con la sigaretta che gli si consumava tra le dita.  
“Allora? Mi fa salire?”
Il giovane uomo li raggiunse “Eleonora, ti prego”. 
Eleonora guardava Tita fermo davanti a lei. Erano tanto vicini che lui poté notare gli occhi di lei riempirsi di lacrime e poi lentamente chiudersi, lasciandole scivolare sul viso. Furono quelle a farlo reagire.
“Certo che la faccio salire signora, prego. Ma questo signore la importuna?”
Gettò la sigaretta a terra.
Lei mosse solo la testa accennando un no, e si girò su se stessa dandogli le spalle.
“Eleonora…” il giovane non si arrese.
“Solo per come pronuncia il mio nome, solo per il suono che la sua voce dona alla mia identità, io sento che potrei perdere la ragione. E lei, Gabriele, è così giovane. Io non posso permettermi di…”
Il giovane le si avvicinò muovendosi lentamente, incurante della presenza del gondoliere e, accarezzandole il mento con un dito, le sollevò il viso di bambina e la baciò sulle labbra.
Un bacio così puro e passionale nello stesso tempo, che il fiato di Tita si fermò in gola.
Un istante così dilatato da sembrare eterno, Venezia parve rimanere silenziosamente immobile.
“Sarebbe così gentile da farci salire sulla sua gondola, signore?”
Fu il giovane a spezzare l’incantesimo.
“Prego”.
Tita li aiutò a salire, quando l’attrice si appoggiò alla sua mano ancora tremava, e lui sentì un brivido inimitabile, se chiudeva gli occhi poteva riconoscerlo distintamente.
Navigarono per i canali quieti, solo lo sciabordio del remo e la voce del gondoliere che cantava in un sussurro Una furtiva lagrima del Donizetti.

In uno di quei giorni, mentre si raccontava al suo nipotino, Tita abbandonò la sua vita così, sussurrando:
Di più non chiedo, non chiedo.
Sì, può morir! Sì, può morir d'amor.
Sognando la Divina e colui che sarebbe diventato il Vate, finalmente abbracciati.

Elia prese il termos e bevve un altro sorso di caffè caldo. 
Aveva gettato le reti il pomeriggio prima, lasciando una boa di polistirolo a segnalarle e ora tornava a prendere il pescato.
C’era da festeggiare in casa Boscolo, si organizzava una gran cena: era nato il suo primo nipote, l’avrebbero chiamato Giovanni Battista.
Già si immaginava la prima volta che l’avrebbe portato il piccolo in mare con La Divina, raccontandogli quella storia che apparteneva alla sua famiglia da sempre.
Il primo raggio di sole fece capolino oltre l’orizzonte.

mercoledì 10 gennaio 2018

"Vita di un'aspirante narratrice #2: tra sogno e realtà, sopratutto sogno.

Stasera Alberto Angela con il programma Meraviglie, ci porta nelle Langhe e in particolare, si soffermerà al Castello di Grinzane Cavour.
Già me lo immagino, mentre, passeggiando ai piedi dei muri imponenti e, gesticolando come solo lui sa fare mentre un drone volteggia leggiadro sulla sua testa, dice: "Siamo al Castello di Grinzane Cavour, poco distante da Alba. Qui, tra i sentieri e i vignetti, è passata la Storia. Non solo, su questo stesso sentiero dove mi trovo, ha camminato la Sacrato. Questi paesaggi hanno letteralmente incantato la scrittrice che ha voluto inserine i colori e i profumi, nel suo ultimo romanzo. 
Un patrimonio dell'Umanità, e un prezioso cameo della letteratura italiana, finalmente insieme".
E son soddisfazioni. 
#toglietemilacool

venerdì 5 gennaio 2018

“Van Gogh tra il grano e il cielo” - Vicenza

"Impresa ardua riuscire a deludere il pubblico con una mostra su Van Gogh" sospira Patrizia perplessa al telefono mentre, fuori dalla bellissima Basilica Palladiana, cammino in compagnia delle mie amiche, cercando un posto dove mangiare qualcosa al caldo. Del resto non abbiamo ancora smaltito il freddo accumulato in un'ora e mezzo di coda fatta all'ingresso, che nemmeno ci aveva infastidite, del resto si pensava ne varrà la pena.  

La mostra si sviluppa in sale diverse, ognuna per un periodo significativo della vita del Pittore, a partire dall'inizio della sua ispirazione, fino alla morte. L'onere di spiegare cosa stai per vedere è dei due pannelli distinti, presenti in ogni sala, uno accanto all'altro, uno con una lettera di Vincent al fratello Theo, e una spiegazione estratta direttamente dal libro (non catalogo, libro mi raccomando, che ci tiene) scritto dal curatore della mostra stesso, Marco Goldin. 
Entrambi i testi, non certo sintetici, sono posti all'ingresso della sala, proprio accanto alla porta. Quindi tutte le 1003 persone entrate: chi con l'audio guida, chi con la guida turistica, chi con niente di tutto ciò, si trovano ammassati nello stesso punto, cercando di leggere questo muro di parole illuminato da un faro posto, nemmeno troppo alto, sopra le nostre teste. Con il risultato che se davanti al fascio luminoso ci capito io con il mio essere diversamente alta, ci sono buone speranze di riuscire a completare la lettura. Se alle spalle avete un uomo di un metro e ottanta, affari vostri. In ogni caso, leggere tutto è quasi impossibile, perché dopo pochi minuti verrete presi a gomitate alla milza al fine di spostarvi.
Centoventinove opere, per lo più disegni, dai primi studi, fino ai dipinti, posti quasi tutti nella penultima sala. Dove, grazie ai nuovi ingressi, le persone ammassate sono ormai il doppio. E per un attimo mi sono anche chiesta in caso di emergenza dove fossero le vie di fuga, non visibili, né per il buio né per l'eccessiva calca presente. 
Riesco a farmi largo per ammirare Pioggia a Auvers. Ed è un'emozione unica, quasi commuovente. Peccato per la sciura che mi affianca e, armata di block notes e penna, si piazza con il naso a 5 cm dalla tela per vederla meglio, signora mia.
Mi chiedo: ha senso depositare le borse nel guardaroba quando chicchessia può avvicinarsi a un quadro quasi toccandolo, senza che nessun sistema di allarme suoni? e se questa tizia avesse voluto lasciare un segno indelebile del suo passaggio? Certo, scappare sarebbe stato impossibile, ma ormai il danno sarebbe stato inestimabile.
Inoltre: perché invece del quadro devo passare il quarto d'ora successivo ad ammirare mech e forfora della sciura, sperando che decida quanto prima di levarsi dalle palle? Nessun paletto o nastro allontanatore, del tutto menefreghisti i ragazzi dello staff che, presumo, dovrebbero controllare qualcosa di diverso dalla punta delle loro scarpe.
A metà percorso una chicca che non ti aspetti: un plastico enorme della clinica di Saint-Paul-de-Mausole. Ci siamo guardate intorno aspettandoci di veder sbucare Bruno Vespa con un pennello di Vincent nella mano destra e l'orecchio mozzato nella sinistra e i collegamento aperto con la Protezione Civile.
Quale fosse l'utilità di questa cosa, ancora non ci è dato di sapere.

Siamo alla fine. Di tornare indietro e gustarsi nuovamente qualcosa che magari non si è apprezzato è fuori discussione dato che i visitatori sono in continuo aumento.  Manca l'aria, e qualcuno fa sentire il proprio disappunto ad alta voce. Cerco di raggiungere l'ultima sala sperando di trovare il "Campo di grano con volo di corvi", che però non c'è, in compenso l'ultima sala è tutta dedicata all'autocelebrazione dell'onnipresente curatore Goldin che oltre dei pannelli, del libro pseudocatalogo, dell'audioguida e forse pure del plastico (?) è autore del monologo teatrale che ha ispirato i dipinti di Matteo Massagrande, che chiudono la mostra che, arrivata a questo punto mi sembra incompleta. Manca l'ultima tela, quella dipinta prima di uccidersi. Quella in cui, Vincent disegna quello che è sa essere il proprio destino. 

Sveglio delicatamente una delle ragazze dello staff e le chiedo: "scusi, ma il Campo di grano con i corvi, non c'è?" lei mi guarda come se le avessi chiesto la quarta regola di Newton e con sguardo bovino (cit.) di rimando: "Ehnnnn?"
Io: "Campo giallo, cielo blu, corvi neri, ha presente?"
Lei "ah... no... non credo... ma ne abbiamo altri...". (A stento non chiede: "che taglia le serve?")
La saluto e la mando a cercare pokemon.
Comprendo che il Van Gogh Museum di Amsterdam possa non averlo prestato per l'occasione, ma anche una semplice proiezione avrebbe dato la chiusa corretta a questo percorso. 
Ne ho abbastanza ed esco. Ricordo con nostalgia a una vecchia videocassetta acquistata ai tempi dell'università: dentro la pittura di Van Gogh, curata direttamente da Vittorio Sgarbi, alcuni passaggi di una critica assolutamente sublime, sono ancora ben impressi nella memoria.

Insomma, un'ottima occasione mancata. Perché le tele andrebbero protette con cura, perché se non hai a disposizione uno spazio ampio quanto il Louvre, non puoi far entrare un numero sconsiderato di persone contemporaneamente, perché si creano calche simili ai caselli autostradali il giorno di ferragosto. E poi devi dare una direzione logica in cui muoversi, e dei tempi precisi in cui soffermarsi e poi scorrere. Perché non si può curare una mostra mettendo il proprio ego davanti alla genialità indiscussa di un Pittore che emoziona solo evocandolo.

Fortunatamente di Vincent Van Gogh non si finirà mai di parlare, di questa mostra e del suo curatore, spero, ci si dimenticherà in fretta. 

martedì 19 dicembre 2017

"Vita di un'aspirante narratrice #1: tra sogno e realtà.

È mattino. Oltre i vetri, un tiepido sole dicembrino preannuncia una bella giornata. Ti alzi con il pensiero del tuo manoscritto che ti attende, ti sei data giusto un mese di tempo per la necessaria revisione. Niente di più facile. Accendi il pc e, finché si avvia, ti prepari il tè caldo, così da poter appoggiare la mug fumante alla destra del pc (a sinistra hai il mouse), che fa tanto scrittrice. (Ti hanno insegnato che visualizzare è fondamentale). Apri il file, e le 90 pagine dattiloscritte sono lì, ad attendere solo che tu possa integrare quello che sarà la "rivelazione letteraria del 2018" (se devo visualizzare, lo faccio bene, no?). On Air: Ludovico Einaudi.
Ti siedi, e le dita scorrono leste, a ritmo dei tuoi pensieri e della tua ispirazione, quasi fosse una folgorazione mistica, insegui le immagini e le descrizioni di cui il tuo testo ha bisogno. E li senti, i tuoi personaggi, dietro le tue spalle, un po' tristi perché ad ogni parola si avvicina il momento di lasciarli andare al loro destino, ma felici, per essere parte di un progetto che si è compiuto. Ed è lì, sull'ultimo punto, che la soddisfazione si mescola alla commozione. Poco prima, della parola fine. 

È mattino, sì c è il sole ma fa un freddo bubbo. I gatti hanno forzato la porta chiusa e sono piombati sul letto reclamando cibo come fossero alla fame da almeno quindici giorni. Arranchi fino alla cucina, e ne tempo in cui riesci ad infilarti la ciabatta, il resto del mondo ha già preparato la moka, messo in tavola la colazione e fornito almeno tre proposte valide di risoluzione alla questione palestinese. Vorresti accendere il pc, ma prima devi trovarlo sotto la montagna di roba da stirare, a proposito di stirare, ci sono almeno due lavatrici da mettere su, e le vogliamo cambiare le lenzuola? Finalmente è ora di pranzo, e ti fai una pasta al burro senza burro, dal momento che non ricordi esattamente quando hai fatto la spesa l'ultima volta. Finalmente trovi il pc e puoi procedere alla correzione di quei 268 "che-mi-gli-ti" usati a cazzum. E, RaGattiiii.. scendete dallo stendino! Leooo! non puoi appendere tuo fratello con le mollette alle orecchie! lascia stare Edo! Mia, dai su alzati, che la mamma deve creare, produrre, scrivere la rivelazione letteraria del... sì vabbè ciaone.

martedì 17 ottobre 2017

Ma come ottobre?


Ma...? ma come ottobre? di già? e l'ultimo mese dov'è finito? e poi, già che ci siete, datemi le coordinate dell'ultimo anno.
Non c'è verso di fermarsi, anzi, è tutto un rincorrere un tempo che non basta mai. Tra esami del sangue, una certa tensione di sottofondo, i dolori e il contorno che facile non è ma ci si prova sempre. Insomma, alzo gli occhi sul calendario e taaacccc... siamo lì eh... l'autunno è già iniziato da un pezzo, lo capisco dalla trapuntina sul letto che non sempre basta, e i Kiss che crescono a vista d'occhio. Hanno già compiuto 4 mesi e si vedono tutti, loro che si muovono per casa con le loro panciotte, tipo wustel con le zampe.
Le cose mi cambiano ad una velocità che fatico a gestire, io che da buon toro avrei bisogno del mio tempo per metabolizzare i cambiamenti, e invece niente. Non ho tempo, non metabolizzo, rincorro. Come il fatto di essere di nuovo, a distanza di 6 anni, alle prese con il problema delle scarpe. Eh già, perché le scarpe per noi donne sono uno di quegli snodi fondamentali che la teoria della relatività ci sembra un problema di prima elementare. Mi trovo a dover rinunciare di nuovo ai tacchi, alla mia viscerale e sviscerata passione per le altezze, io che mi sono sempre sentita dire "altezza mezza bellezza, tu sei mezza e basta". E pare che io riesca a sopravvivere solo con le scarpe da ginnastica. "Capirai il dramma" direte e avete ragione, rispondo. Ma come ho sempre detto, il tacco è uno stato mentale. Di conseguenza anche la scarpa da ginnastica lo è. Il punto è solo uno, che dovrei fregarmene bellamente, io sono io indipendentemente dalle altezze, dalla scarpa, dal jeans in cui vivo o dalle gonne che non metto mai. E ci riuscirei. Se solo avessi il tempo di mettermi lì, metabolizzare al cosa, farmi passare i dolori misti che mi stanno addosso da un po' di tempo, e prendere fiato. Che poi, sì, siamo tutti d'accordo che questo tipo di lagnanze sono del tutto ingiustificate, che il senso di colpa cresce in modo direttamente proporzionato al numero di parole usate. Che le persone muoiono di guerra e di fame e io sono qui a rimpinzare l etere di ansia per i dolori alle ossa. Ma questo è il mio piccolo orticello, e in questo periodo ci trovo un sacco di gramigna.
Devo trovare il modo e il tempo di farmi spazio, di cambiare la prospettiva e lo sguardo con cui osservo le cose. Devo cambiare il ritmo, perché mi sembra di essere da mesi su una pista di rock acrobatico, e fatico dannatamente a tenere il tempo.

lunedì 18 settembre 2017

pensieri a vanvera... ma non troppo.

Leggo sempre più spesso di persone che mollano tutto e partono. In un paio di occasioni mi è anche stato detto: "perché non molli tutto anche tu e parti? se non lo fai tu che sei da sola... poi magari ti sposi, fai figli..." e un'altra manciata di luoghi comuni.
Già... se non parto io che sono sola. Ma lo sono davvero?
Ha forza di scontrarmi con queste idee, ho iniziato a pensare che a partire sono capaci tutti, è a restare che ci vuole coraggio. Ma detta così non mi piace. Mi sa tanto di quelle generalizzazioni di cui sopra, e comunque mi sembra comunque di alzare una barricata tra due filosofie di vita diverse. Invece vorrei aggiungerne una terza, quelli che sì, potrebbero volendo partire, ma restano. E non certo perché sia la strada più semplice, o uno sguazzare nella "confort zone".
E' vero che sono single. Non è vero che sono sola. A prescindere dalle recenti news entry pelose, non lo ero nemmeno prima. Perché ho una famiglia d'origine piuttosto presente. E non lo dico nel senso di "invadente" ma nel senso di "presente". Ci siamo, facciamo comunella l'uno con l'altro. Quindi ho una madre e un fratello maggiore. Essere la figlia di una madre vedova, non è semplicissimo. Perché gli anni passano per tutti, e le esigenze e il bisogno di aiuto aumentano proporzionalmente all'età. Essere figlia di una madre con un problema di salute, o una disabilità, crea responsabilità, che si somma alle esigenze di cui sopra. E se il non prendersi queste responsabilità significa scaricarle su qualcun altro che deve fare anche la tua parte. Mia madre per quanto possibile resta molto autonoma. Mio fratello un gran collaboratore, ma si sa che tra donne l empatia e la confidenza restano maggiori. Se io decidessi di partire per sei mesi, un anno, verrei sicuramente capita. Ma creerei non pochi problemi e non solo logistici o organizzativi. Ma anche e soprattutto emotivi. Scaricherei tutte le responsabilità, anche mie, su chi resta. A questo punto mi sento dire "ma loro la loro vita se la sono scelta". Anch'io. Ho scelto di esserci. Ho scelto di essere il Jolly della famiglia, quella che non avendo dei bambini o orari domestici più rigidi da rispettare, posso giocarmela meglio, ed essere di maggiore aiuto per chi ne ha bisogno. E non significa che non vorrei mollare tutto e finire in un mare caldo. O viaggiare in lungo e in largo, lavorare delle ore di meno e facendo un lavoro più mio che mi dia maggiori soddisfazioni, o più creativo. Ma resto. Che non significa nemmeno che chi si accontenta gode, (chi l avrà mai pensata sta minchiata), penso solo che posso provare (e spesso riuscirci) a tirare fuori il meglio che posso dalla situazione in cui sto, che questa capacità di andare oltre al "mollo tutto" può darmi grandi sorprese (e tante me ne ha già date), che non sempre le ciambelle riescono graziose e con il buco. Ma non per questo non possono essere buonissime. Io credo che la differenza non la faccia il dove si è, ma il come si sta nel posto dove si è. Potresti essere in paradiso, ma se qualcosa dentro di te stona, non sarà il coro degli angeli a raddrizzare quella nota.



La Divina

Era ancora notte e il rumore del fuoribordo ricordò a Elia di essere sveglio. Con il sapore del caffè ancora sul palato, slegò le cime ...