martedì 29 maggio 2018

La riva destra della Dora - Tallone & Carillo


Ci sono libri che non si fanno scegliere, ma scelgono. Un po’ come i gatti, forse per quello il binomio funziona da secoli. Ci sono libri che se ne stanno lì, in vetrina in attesa di essere letti, e altri che ti fanno l’occhiolino e ti tormentano finché non ti decidi a prenderli.
Con La riva destra della Dora è stato così. No, nessun tormento, ma è stato lui a scegliere me. In realtà si potrebbe dire che un libro ti racconta una storia, ma che, a seconda del momento che vivi, ti sussurra altro all’orecchio. Come un buon vino che non appaga solo un momentaneo desiderio, ma ti lascia come retrogusto un bouquet di sapori.
Lo conosco così bene che se mi chiedete un passaggio posso trovarlo in pochissimo tempo. Eppure, ieri quando lo scorrevo velocemente per l’ennesima volta, mi diceva cose che non avevo notato prima.

Sono passati due anni da quanto Lola ci racconta ne Il postino di Superga. Due anni in cui ha raccolto i cocci, tra cui Rinaldo, e ha ricominciato con il ricostruirsi la vita aprendo il Caveau, un raffinato negozio di vini e specialità francesi. Sembra andare tutto bene fino a quando non ne varca la soglia, con il classico atteggiamento da sbirro, Guiscardo un esponente della Digos “di grado elevato” che le chiede di collaborare all’indagine sull’assassinio di Aldina Chiappero, candidata alle elezioni, durante un comizio. Oddio, più che una richiesta di collaborazione è un ricatto bello e buono, ma Lola non può certo tirarsi indietro.

È il libro con il maggior numero di angoli piegati della mia libreria. (E non fate quella faccia è un libro: vive e lotta insieme a me. Un libro intonso, secondo me, è un libro vissuto a metà).
Ci sono passaggi sottolineati e altri che ho riletto più di una volta. Ho fotografato la pagina e l’ho stampata, attaccandola accanto al video del pc. Perché certe cose hai bisogno di ripeterle più volte, come dovesse essere la somministrazione di una vitamina che ti rimette in piedi. Bellezza amplificata dal fatto che le quattro mani, in questo secondo romanzo, si mescolano e si fondono, la “contaminazione” è tale che diventa più ostico riconoscerle, perché lo scrittore è diventato un po’ più criminologo, e il criminologo è più narratore di quanto non fosse all’inizio.
Quando La riva destra della Dora è finita tra le mie mani, avevo bisogno di un libro da cui imparare come si tesse una trama e l’incrocio dei personaggi, certo. Come per il libro precedente nulla può essere dato per scontato, a partire dall’arma del delitto: una balestra. Figuriamoci gli sviluppi dell’indagine, o i personaggi che si incontrano o si, rincontrano.
Le incantevoli metafore del Maestro (“E ha puntato i suoi occhi, scuri come la tana di una marmotta, sulle mie labbra” per dirne una), varrebbero da sole parte del prezzo di copertina.
Ma mi rendo conto che in quel periodo avevo bisogno proprio di una storia così. Di noir e tensione, ma anche di una storia d’amore che fosse fuori dai canoni dei benpensanti, che non avesse niente di logico o di semplice, nemmeno l’epilogo. Avevo bisogno di leggere che certe cose, alle volte, vanno anche così. Che possano esistere persone così. E poi c’è la Dora, il ponte delle mie camminate notturne per Torino. La città da cui allontanarmi mi crea ogni volta una lacerazione. Insomma, è un libro sensoriale. Non so spiegarvi razionalmente la motivazione, ma questo romanzo è riuscito a spostare i confini tra lettura ed emozione, reimpostando i parametri delle mie sensazioni.

Mi rendo conto che questa è la “pseudo recensione” meno recensione che abbia mai scritto, ma forse è proprio l’amarlo così tanto che mi frena la capacità di parlarne. Perché qui la scrittura è arrivata così a fondo che se iniziassi a mostrarne di più, probabilmente tirerebbe fuori anche pezzi di me. E non credo di essere disposta a farlo.
Quando si parla troppo di una cosa preziosa si rischia di inflazionarne il valore: io smetto di parlarne, ma voi provate a leggerlo.

lunedì 21 maggio 2018

La scrittrice del mistero - Alice Basso

Doverosa premessa: questa non è una recensione, non nel senso più tecnico della definizione. Per un motivo molto semplice: non sono un critico letterario. Sono solo una persona che legge, non quanto vorrebbe, a cui piace discorrere di libri, sopratutto quelli che le sono piaciuti. Se leggo libri che non mi conquistano glisso, per due motivi altrettanto semplici: la bellezza sta negli occhi di chi legge. Banale forse, ma tant'è. Non detengo certo la verità universale. Inoltre,  un libro porta con sé una storia sotterranea di energie investite, tempo rubato alla famiglia, agli hobby o al cazzeggio. Quindi merita rispetto, a prescindere. 
Quello che vi apprestate a leggere sono impressioni, sensazioni, che il libro mi suscita. Per le recensioni più tecniche vi rimando agli esperti del ramo.

 
Avete presente quelle giornate di scazzo totale, in cui entri in libreria e inizi a camminare tra scaffali e copertine in cerca di un chissà quale segnale mistico che te ne faccia prendere uno a caso. E magari in una scena tipo film "ai confini della realtà", lasciando aprire una pagina dal fato, trovi la risposta alla tua emblematica paturnia emotiva?  
Bene, ho scoperto il primo (per me, il secondo per lei) libro di Alice Basso (Scrivere è un mestiere pericoloso) in un contesto come questo. E non è stato proprio amore a prima vista:
"Non sono convinta..."
"Perché?"
La voce fuori campo che sussurra al mio orecchio attraverso l'inseparabile auricolare Bluetooth, è quella dell'Ing.
"Perché sì, è scritto bene. Senza alcun dubbio. Ma la protagonista... Vani Sarca... be' diciamocelo, mi sta sulle palle. È burbera e pure misantropa, specie nei confronti della sua famiglia, scontrosa, ironica al limite del sarcasmo".
"Magari veste sempre di nero e ha, molto spesso, una citazione in tasca", dice lui.
"Esatto!", dico io.   
"La conosci?"
"Lei no, ma sono circa sette anni che ho a che fare con una così, hai ragione: due palle. Anzi guarda, ora chiudo. Cià". Click. 


L'Ing., per chi non lo conoscesse, è l'anello di congiunzione tra il mio Io nevrotico e il mio Io sensato. Alla luce di quanto sopra ho ripreso in mano il libro e, con buona pace dei miei difetti spiatellati lì nero su bianco, ho superato le resistenze che venivano più dal mio ego che nei confronti della trama. 

Ed è scoccata la scintilla. 

Ho letto quel libro in tempo record.
Proprio sull'onda di questa risposta emotiva non potevo che essere felice quando ho ricevuto il quarto capitolo: La scrittrice del mistero
Vani e Romeo Berganza finalmente stanno insieme. Dopo mesi di lavoro spalla a spalla, dopo sguardi sospesi, lezioni di cucina e messaggi subliminali lasciati a macerare, finalmente stanno insieme. E Vani non è certo una da farfalle nello stomaco, è più da piranha: ad ogni carezza o sguardo più tenero del buon commissario scatta il crampo attorcigliabudella. E come si fa a non capirla? Una non è che le piomba la felicità addosso e se la vive così in scioltezza. Deve capire come funziona, cosa significa avere uno come Berganza accanto. 
Soprattutto scoprire che esiste il concetto di "accanto". E la capisco, avoja che la capisco.
E se nel frattempo ci si metteno il suo capo Enrico con l'ennesima rogna lavorativa, e il famoso ex fidanzato Riccardo che, con la scusa di uno stalker e una serie di minacce di morte,  interrompe ogni loro momento per così dire... conoscitivo, niente può risultare facile.
Ciliegina sulla torta, Lara Sarca, al secolo sorella della nostra ghostwriter preferita, le  piomba in casa a tradimento dopo aver mollato, evvivadioeraora, il marito.
Insomma, gli ingredienti per una lettura guduriosa, scorrevole, appassionante e divertente in pieno stile Alice Basso, ci sono tutti e in dosi molto generose.
Forse l'attenzione verso la nuova situazione sentimentale, e l'evolversi del rapporto con la sorella, tolgono un po' di spazio alla parte poliziesca, ma non è altro che un riflesso della vita "normale": con tempi e ritmi diversi al secondo del momento che si vive. 

È sicuramente un libro di transito, un arricchimento della parte psicologica dei personaggi, prima di lanciarsi nella prossima sfida. 
Perché ci sarà una prossima sfida, vero Alice? Mica ci puoi lasciare così. 

Ah... dimenticavo... ho letto tutte le 320 pagine dallo schermo dello smartphone: se scrivo "appassionante", non è a caso. 

Mani impure - Patrizia Durante

Un rito.
Una punizione che passa attraverso una lunga e lenta purificazione. 
Tutta l'attenzione è sulle mani. Mani che si sono macchiate del peggiore dei crimini, mani che hanno toccato bambini innocenti. 
Mani scuoiate, una tortura che sembra così sofisticata e curata in ogni dettaglio da portare in secondo piano persino la morte del malcapitato. Che poi, detto tra noi, tanto sventurato non è.
Non mi dilungo di più nella trama, perché temo di svelare troppo, perché di cose da raccontare ce ne sarebbero. 
C'è una Torino presente fin dal primo capitolo con uno dei suoi scorci più belli e suggestivi: la Cavallerizza Reale, andateci al tramonto e guardatela dopo aver letto il libro e poi mi direte se non sentite un brivido scorrervi sottopelle. 
Ci sono i profumi della Provenza, l'aria umida della Colombia di cui ti sembra di sentire anche le zanzare. L'ombra dei Servizi Segreti su una storia tutt'altro che inventata.
La scrittura di Patrizia non si accontenta di mostrarti un immagine, è capace di fartela respirare. Prende una storia scomoda, un argomento scottante di quelli che nessuno legge mai volentieri, e lo fa con quella delicatezza che contraddistigue, credo, la mano di una donna. Non hai bisogno di sguazzare nella scabrosità, la lascia intendere ed è possibile scorrerci sopra, non senza emozionarsi, certo. 

Il commissario Rebecca Messori, determinata e ostinata come sanno essere le donne che si fanno strada in un mondo quasi prettamente maschile. Sposata con due figli grandi e un matrimonio in discussione. Non è difficile entrare in empatia con lei, con i suoi slanci e i momenti in cui ha bisogno di fermarsi e riprendere contatto con se stessa. Capire i suoi dubbi e gli scrupoli. È facile stare dalla sua anche quando sembra, per certi versi, se non giustificare almeno comprendere quello che passa per la testa del serial killer che è tenuta a fermare, e pure in fretta, perché il sangue continua a scorrere più veloce delle lancette. E del sangue potete sentirne quasi l'odore. 
E non vi stupite se, alla fine, forse vi ritroverete a capire anche voi le ragioni del killer e per certi versi, di provare compassione.
E fin qui parrebbe pure una recensione di quelle classiche e serie in pieno stile moderno. La realtà dei fatti è: non solo che Patrizia è una delle mie migliore amiche, nonché punto di riferimento (poveralei) da quando ho deciso di inseguire questo folle sogno che è la scrittura. Ma è BRAVA DAVVERO! Accidempolina! Il libro ho dovuto centellinarlo perché altrimenti l'avrei letto in un pomeriggio e invece era bello cercarla tra le righe e nei dettagli sparsi qui e lì. L'avrò trovata? mah! Questo è un giallo nel noir, leggere per credere.
Ah... una chicca che non ho potuto fare a meno di amare da subito: la contessina Lucrezia dei Ricciardi, ADORABILE! Spero avrà modo di affiancare Rebecca anche nella prossima indagine! Perché dovrà uscire una prossima indagine. Vero Pat? O mi trasformerò in Annie Wilkes e, armata di rucola, minaccerò di condire tutte le tue insalate fino alla completa stesura del nuovo romanzo. Oh.


mercoledì 16 maggio 2018

Il postino di Superga - Tallone & Carillo

A giugno uscirà il nuovo romanzo e finalmente potremmo ritrovare Lola e quel gran pezzo d'uomo di Guiscardo. Massimo Tallone e Biagio Fabrizio Carillo ci hanno ormai viziati con uscite ben scadenzate, e in effetti non vedo l'ora di capire che mi combina 'sta benedetta figliuola che non sta lontana dai guai cascasse... 'na bottiglia di champagne.
Ma chi è Lola? Per chi non ha ancora avuto modo di incontrarla, e per chi l'ha già incontrata ma, in crisi d'astinenza vuole ingannare il tempo, ripercorriamo le sue orme sin dal primo incontro. 

Lola è una che si è fatta sei anni di carcere per aver ucciso suo padre. (Non fate i conti, aveva 16 anni al tempo, e poi attenuanti, condoni e buona conditta...).
La galera quindi diventa scuola di vita. Tra quelle mura legge libri di criminologia, studia le carte del processo, impara a fidarsi poco e parlare ancora meno. Questo bagaglio culturale diventa fondamentale per la sua sopravvivenza.
Una volta uscita dal carcere, tesse intorno a sé una rete di pochissime persone, tutte fidate.
Sandiego: un gigolò specializzato in signore agée; Raffaele che ha un certo fiuto degli affari purché non troppo leciti.
Tanya clandestina biellorussa di una bellezza irraccontabile, lavora come cameriera e accompagnatrice.  Forse l'unica persona al momento, che Lola può definire davvero "amica".
Infine Bakko, il primo amore diventato alcolista e senzatetto, con cui ha un legame di quelli inspiegabili ma indissolubile.
In questo primo capitolo la incontriamo presso Il Covo, il ristorante alla periferia nord di Torino di cui ha preso la gestione con i suoi amici, e da cui vuole ripartire a ricostruirsi una vita. Be', già il nome dovrebbe dirci molto di cosa nasconda quest'attività, al di là del menù del giorno. Tutto sembra filare per il meglio fino a quando Giuseppe, detto "il postino", si impicca nella stanza di Tanya.  E da qui...

Da qui è un crescendo di fatti e di ritmo narrativo, talvolta ironico e capace di strappare un sorriso. Molto più spesso la scrittura è pungente e talvolta cruda, aspra.
Dimenticatevi le protagoniste a cui eravate abituati fino ad oggi. Lola assomiglia a nessuna. Ha il ragionamento veloce ed è sveglia, può prendere decisioni da cui dipende la sua stessa sopravvivenza in pochi secondi, e non sbagliare una mossa.
Ostinata, caparbia e con un pessimo carattere, vive sul filo del rasoio dove bene e male non hanno confini così netti e precisi.

Le immagini dipinte dalla penna dei due scrittori arrivano come sberle senza sconti, e non stupitevi se vi ritrovate alla fine di un capitolo con il fiato corto e le mani sudate. Con lo stile di Tallone & Carillo, va così. Ti prendono per mano, ti accompagnano attraverso la trama fitta e ruvida come un telo di juta, e poi ancora più giù fino nell'abisso, ma non è mica detto che poi ti riportino fuori velocemente o con facilità. Tocca stare alla loro mercé, ma ne vale la pena, ve lo garantisco.


sabato 5 maggio 2018

Sonata per pianoforte n. 14 in Do diesis minore



Ho smesso da tempo di chiedermelo. 

Chiedermi che ne sarà di me. Di fatto, quale destino potrebbe avere un pianoforte muto, se non diventare legno da ardere. 
O lo scrigno inespugnabile di un nido di vespe. 
Il vento, in una delle sue garbate visite, mi ha detto che la primavera incombe. 
E con gli insetti torneranno le incursioni di coloro che, approfittando dell’abbandono, scelgono di vagare per queste stanze in cerca di tesori inesistenti. 
Intrepidi avventurieri del nulla. 
Ascolto il tamburellare disordinato dei loro passi, al piano di sopra. L’irriverenza delle risate, l’irrispettosità del loro trafugare memorie e ricordi aggrappati come gatti alla carta da parati. Sogni incagliati al pizzo delle tende destinati, come me, a non raccogliere altro che polvere e oblio. 
Taluni si avvicinano, quasi sorpresi dalla mia presenza. Azzardano timidamente a farmi emettere un qualche suono. 
Taccio.  
Unico diletto di questa opaca apatia, è l’osservazione silente dei vacui tentativi di una mente stolta, mentre si prodiga nel tentativo di far suonare un pianoforte dalle corde bruciate. 

Lui stesso mi diede fuoco. 
Un gesto grave, certo.
Definitivo, senza dubbio alcuno. 
Immenso.
Come lo strazio e la disperazione. E il rimorso. 
Provò a gettarmi contro una caraffa d’acqua, questione di attimi. 
Vi ostinate a misurare il tempo in ore e giorni, quando sono gli attimi a fare la differenza. Un solo istante di esitazione e tutto ciò che di me restò, fu un LA. Ultimo tasto bianco lì in fondo. Troppo a sinistra per notarlo.
L’inutilità della sopravvivenza. 

“Posso vivere soltanto e unicamente con te, oppure non vivere più”.
Passi leggiadri quelli di lei, seppur carichi di dolore spezzato. Usciva dall'ingresso secondario, quello della cucina. L’attendevano una serva e un mantello. A sorreggerle l’anima, a celarla dagli sguardi. 
“L’Amore esige tutto, e a buon diritto”, tra le labbra come una preghiera, una lenta litania. 
Pugni feriti quelli di lui. A stringere il vuoto di un’assenza designata da altre scelte. 
Osteggiate, certo. 
Definitive, senza dubbio alcuno.
Devastanti.
Come lo strappo della separazione. E l'addio. 

Sedette qui davanti a me. Avvolto nel silenzio che, da tempo, riempiva i suoi giorni ma che non gli impedì mai di trovare note danzanti dentro di sé. 
Appoggiò la guancia sul leggio, la pelle lesse per lui lo spartito. Attaccò con l’Adagio sostenuto, e non vi è altro che io possa aggiungere. 
Se avete amato e se avete sofferto per amore, non vi è consolazione alcuna che possiate trovare se non nelle carezze di quella Sonata. 
Quasi una fantasia”.
Se solo la mia totale impotenza non si riversasse in piena, nell’unica nota sopravvissuta al fato, ecco, allora forse io potrei suonare ancora di quell’amore reciso, ma non smarrito. 
Se solo. 
Ma adesso andate, lasciate che possa ancora disquisire col vento affinché allontani la tenda da questo vetro rotto. 
Lasciate che la luna possa accarezzarmi, una notte ancora, nell’illusione di un destino che, oramai, non mi appartiene più. 

“Eternamente tuo”
“Eternamente mia”
“Eternamente nostri”



venerdì 4 maggio 2018

Pioggia Battente - Massimo Cassani

"Basta un poco di zucchero e la pillola va giù!" E di zucchero in questi giorni ne avevo un gran bisogno per rifarmi gli occhi e il palato, così in attesa di una nuova avventura di Micuzzi sono tornata a stolkerare il suo passato, che a me quest'uomo dalla ciospa* rossa e ribelle piace assai. 

E per la serie "piove sempre sul bagnato" non so dire che quello che affligge di più il commissario in questo periodo sia il fatto di essere stato relegato al commissariato di Città Studi a lavorare di scartoffie, o la vicina di casa, Sofia, che sarà pure carina e ben fatta, ma lui proprio non va giù. E nonostante il "no grazie" aleggi chiaro e limpido in ogni conversazione, lei persiste nel fargli un pressing che nemmeno Baggio ai tempi d'oro. Al punto che, quando gli piomba in casa raccontandogli di alcune telefonate minatorie ricevute, Sandro si ritrova a pensare sia l'ennesima scusa per attaccarglisi addosso come una cozza.
Fatto sta che come tutti gli uomini di animo buono preso più per stanchezza e forse noia, alla fine decide darle una mano, convinto che prima le darà una risposta soddisfacente e prima se la leverà dai piedi. 
Non aveva fatto i conti però con il cadavere che l'attendeva fatalmente (proprio in una notte di pioggia battente) nell'appartamento vuoto di proprietà di un noto avvocato milanese. (E già qui... "noto avvocato" e "fatalità" nella stessa frase dovrebbe far scattare un campanello d'allarme).
Coinvolto nelle indagini in maniera ufficiosa dal questore Nardo, con la pseudo promessa di reintegro, può contare sull'aiuto della sua squadra di fidati poliziotti, tra cui la mitica Rosaria Della Vedova, che adoro. Lariccia, Teneriello e Salada, che è un po' meno fidato ma in qualche modo potrebbe quasi stupire. 
Ah, e visto che le catastrofi non arrivano mai da sole, ci si mette pure l'ex moglie Margherita a tornare con il carico da 11, a fargli perdere ore di sonno. Per non parlare della Marylin Monroe di noialtri che... che c'entra adesso Marlyn? Eh, tocca leggervi il libro per scoprirlo.

La trama che ho cercato di riassumere per sommi capi senza anticipare troppo, è ricca e articolata. Come lettore riesco a seguire, cogliere qualche intuizione grazie alle briciole che Sandro Micuzzi lascia cadere, ma poi mi sorprende cambiando le carte in tavola e imponendomi una virata alle volte anche violenta.
Ma quello che mi colpisce della scrittura di Cassani, è la ricerca e la ricchezza a livello di narrazione. Le parole sono al servizio delle immagini, vengono scelte per dipingere la scena così come Sandro la vede attraverso non i suoi occhi, ma le sue sensazioni. Ad esempio, Salada nel salutarlo non gli porge la mano, ma "la zampa". E questo ci dice il tipo di considerazione il commissario abbia per il suo sottoposto. Questa tecnica non solo ti fa camminare accanto al personaggio, ma sudare con lui, soffrire il caldo con lui. E quando le pallottole fischiano sopra la sua testa, le ginocchia si piegano pure a te.
Le metafore non sono mai banali, le figure retoriche ricercate, le intersecazioni della trama precise e lineari. Questo è quello che intendo quando dico che, per catturarmi, ho bisogno che un testo mi sorprenda. Non solo per la simpatia verso i personaggi che diventano quasi amici (ho già detto che adoro Rosaria?), gli intrighi e la loro risoluzione. Da un libro mi aspetto di sentirmi arricchire.  In termini di divertimento, certo, ma anche e soprattutto a livello linguistico. Un libro deve insegnarmi a poter raccontare a mia volta una storia, e Pioggia Battente mi ha confermato che Massimo Cassani ha davvero molto da insegnare.

*Ciospa: dal dizionario di Syssa - capelli arruffati.

Dello stesso autore: Sotto Traccia 

venerdì 27 aprile 2018

La settimana bianca - Emmanuel Carrère

Questa volta la premessa cambia. Mio malgrado.
Non volevo scrivere di libri che non mi sono piaciuti, ma mi è stato chiesto espressamente di dire la mia su La settimana bianca di Emmanuel Carrère, e se ne decantassi le lodi non sarei onesta. 
Per carità, magari sono io che non ne ho capito la poesia, non ne ho percepito l'intensità e la genialità. Niente di più facile. Probabilmente, già il fatto di aver letto in copertina: "Questo perturbante, stringatissimo noir è da molti considerato il romanzo più perfetto di Emmanuel Carrère". Quel più perfetto un minimo di brivido me l'ha dato. Lo ammetto. 
Ad ogni modo mi immergo nella lettura il 25 aprile pomeriggio, con i gatti che mi ronfano paciosamente accanto, una montagna di roba da stirare e nessuna voglia di farlo. Quale migliore evasione di un libro?
Da subito il lettore cammina accanto a Nicholas, un ragazzino di dieci anni che parte per la settimana bianca con la classe. Allo chalet non arriva però con i compagni, ma in auto con il padre, personaggio ambiguo e decisamente apprensivo che dimentica di lasciargli lo zaino con la biancheria gli abiti da neve causando da subito i primi disagi. Ed è sempre attraverso gli occhi e le sensazioni di Nicholas che entriamo nella storia, negli incubi che tormentano la notte, nelle ansie tipiche dell'età e nella fervida fantasia nera in cui ricostruisce mentalemente scenari tragici che lo vedono come protagonista. Fino a quando si troverà a scontrarsi con la realtà, che supera tragicamente le sue aspettative più fantasiose.

Ora, sempre in copertina, qualche riga più su rispetto a quel "più perfetto", l'autore racconta: «Ero solo, in una casetta in Bretagna, davanti al computer, e a mano a mano che procedevo nella storia ero sempre più terrorizzato».
Io ve lo devo dire: a pagina 51 (circa metà del romanzo) mi sono detta che, l'autore, dovrebbe stare in ufficio con me un giorno in cui il mio capo ha la luna storta, e allora sì, potremmo rivedere insieme il suo concetto di "terrorizzato".
È chiaro che, leggendo, si abbia una percezione di pericolo imminente. Ma personalmente non l'ho percepito in modo così intenso o terrorizzante. Anzi, a costo di inimicarmi il mondo: mi sono annoiata terribilmente. 
Il finale l'ho trovato scontato e non così originale. Non sono rimasta né stupita né colpita. Anzi me lo aspettavo già da una trentina di pagine.  I gatti si sono svegliati in blocco quando ho detto "Ma va?" a voce alta, giusto per dastarmi un po' dal torpore.
Non è riuscito a lasciarmi traccia alcuna addosso. Nulla di quell'angoscia crescente tanto preannunciata, nulla che mi facesse tornare a rileggere un passaggio con l'idea di essermi persa qualcosa. 
Ma, dato l'entusiamo con cui se ne è parlato, ho cercato altre recensioni. 
Lo dico sempre e ne sono convinta: non detengo la verità assoluta, e i miei pareri (non giudizi) sono del tutto opinaibili. Personalmente quando mi sento fuori dal coro mi metto in discussione convinta di non aver recepito appieno la potenza di qualcosa. E in effetti, quando ho letto cose tipo "la perfezione assoluta, il perfetto dosaggio di parole scelte con accuratezza una per una, genialità pura", mi stavo convincendo che sì. Forse c'è qualcosa lì in superficie tra le pagine e io, probabilmente insensibile, non ho colto. 
Poi sono incappata in un intervista dell'autore dove afferma: "Quando il romanzo uscì, ne furono vendute appena seicento copie. Alcuni mesi dopo, sull'onda del premio, le vendite salirono, e di molto. Vede, io sono fin troppo lieto che sia andata così, eppure continuo a credere che i miei veri lettori siano quei primi seicento". 
Ecco, ora mi spiego tanto entusiasmo, non posso che essere d'accordo.

La riva destra della Dora - Tallone & Carillo

Ci sono libri che non si fanno scegliere, ma scelgono. Un po’ come i gatti, forse per quello il binomio funziona da secoli. Ci sono li...